Blue Whale: il gioco della morte.

Negli ultimi tempi si è sentito parlare di Blue Whale, il macabro e mortale gioco che ha purtroppo preso piede anche nel nostro Paese.

Ma cos’è esattamente il Blue Whale e qual è la ragione per la quale è nato?

Il Blue Whale, letteralmente Balena Blu, è un “gioco” in cui vi sono solo due partecipanti: un “curatore” e la vittima.

Le modalità sono assurde quanto violente, perché la vittima, solitamente un ragazzino dagli 8 ai 17 anni, è chiamato a compiere per 50 giorni atti contro la propria persona, che vanno dalle incisioni sulla pelle – specialmente la tipica balena – all’alzarsi alle 4,20 del mattino per visionare video e film raffiguranti suicidi o violenza, o ancora per ascoltare musica psicologicamente penetrante fino al suicidio.

Infatti il gioco Blue Whale è chiamato il gioco della morte, perché porta, in soli 50 giorni, la vittima a togliersi la vita per volere del curatore.

Tale triste e macabra induzione al suicidio, sotto forma di roleplay game è nata in Russia, sembra nel 2006, quando è stato scoperto grazie all’arresto di un uomo, che si vantò persino di aver indotto al suicidio decine di bambini, ritenuti da lui “scarti della società” e quindi meritevoli di una triste fine.

Purtroppo negli ultimi mesi questo fenomeno ha preso piede pure da noi, in Italia, dove sono state decine le segnalazioni da parte di familiari e amici di giovanissimi che hanno notato qualcosa di strano in loro.

Ma cosa spinge un ragazzino a farsi “svuotare” da questo gioco fino alla morte?

Potremmo partire dal fatto che, ultimamente, la vita di ognuno di noi è sempre più frenetica ed impegnata, tanto che, anche chi ha figli piccoli, si deve avvalere di babysitter, nonni o altre persone che diano aiuto per badare a loro. Questo fa sì che i nostri ragazzi siano sempre meno seguiti e che forse si sentano sempre più abbandonati dalle famig\lie.

Questo sintomo potrebbe spingere allora a sentirsi “amati” da una persona estranea che, mediante metodi psicologici subdoli, entra a far parte della vita di questi poveri ragazzi, fino a diventarne i padroni.

Infatti, sembra che la maggior parte dei curatori di Blue Whale sia costituita da laureati in psicologia infantile o psichiatri, quindi molto avvantaggiati nel capire come prendere “possesso” di una persona.

In Italia fortunatamente il fenomeno è (ancora) marginale, tanto che le segnalazioni di autolesionismo e di “blue Whale” sono poche decine.

Ma è un allarme ugualmente, perché ci fa capire quanto questo gioco sia potente e quanto sia “interessante” per i giovani, poco seguiti ormai dalle famiglie e sempre più presi da tecnologia e quant’altro.

In pochi mesi, da quando un noto programma televisivo ne ha parlato, alla Polizia postale e delle telecomunicazioni sono arrivate varie segnalazioni di persone che hanno notato segni strani su braccia e gambe di giovanissimi. Sinonimo di questo brutale gioco.

L’aspetto terribile di questo rpg è che il ragazzino deve fare vita normale e non far trasparire nulla né parlare con nessuno di ciò, fino al 50° giorno, quello del suicidio. Per questo è difficile notare chi ci “gioca”.

La sola cosa che potremmo fare tutti noi per evitare questa fine è seguire di più i nostri ragazzi, i nostri piccoli amici, in modo che non possano avvicinarsi a questo che può essere chiamato “il mortal gioco”.

Prendiamoci tutti una pausa, corriamo meno e dedichiamoci di più alla famiglia e…facciamo sparire la balena (solo quella del gioco) dalle vite di tutti i più piccoli. La vita è bella, facciamoglielo capire.

Daniel Incandela

L’omino arrabbiato

Era una fredda sera invernale, il mese di gennaio di quell’anno fu uno dei più freddi che io ricordi.

In quella gelida sera conobbi una persona, un ragazzo gentile nei modi e molto educato. Una di quelle persone che subito capisci essere buone. Ma guardandolo bene notai qualcosa in lui di strano. I suoi occhi erano cupi, quasi uno sguardo arcigno lo caratterizzava. In quello sguardo traspariva una voglia di gridare, di urlare al mondo tutto ciò che il corpo non riusciva più a tenere dentro. Riconobbi subito quella sensazione, quegli occhi trasparivano rabbia. Una rabbia repressa, quasi nascosta, ma che un buon osservatore riusciva sicuramente a scovare.

Fu così che mi misi a parlare con questo ragazzotto e scoprii tante cose di lui. Una vita impegnatissima, piena di begli avvenimenti e di tante soddisfazioni.

Ma….Allora perché questa rabbia? Volli approfondire, capire cosa stava succedendo in questo nuovo amico. Cercai di domandare, ma lui si chiuse a riccio. Per forza, non mi conosceva ed ovviamente non si sentiva capace e né si fidava a parlare di sé. Lo capisco, perché aprirsi al mondo ed alle altre persone, soprattutto su fatti di carattere personale, non è facile. Anzi, è complicatissimo. Ed è pure rischioso. Pensate a quante persone vogliono sapere i fatti nostri solo per spulciare nelle nostre vite e godere delle nostre sconfitte E’ per questo che capisco questo ragazzo, comprendo la sua poca voglia di parlare di se stesso.

Ma volevo capire, volevo fortemente aiutarlo a sfogare e parlando capii che cominciava a fidarsi ed arricchire le chiacchiere di particolari. Sempre più ampi e sempre più personali.

Ad un tratto il giovinotto mi raccontò che intraprese un tipo di studi che credeva piacergli, era ancora giovanissimo ed incerto, ma convinto di ciò che andava a fare.

Ben presto capì che non era il suo percorso, non era ciò per cui voleva farsi il mazzo e che poco gliene caleva del fatto che quello fosse il suo futuro. Mi disse che a fatica terminò quel percorso ma cambiò poi strada, intraprendendone una totalmente diversa. Fu lì che capii che si stava aprendo, stava parlando della sua vita.

Ad un certo momento gli feci una domanda diretta: «Ehi amico, i tuoi occhi non mi dicono cose buone, tu hai della rabbia repressa in te. Come mai tanta rabbia?»

Lui rimase sorpreso, quasi scioccato. Mi guardò e disse: «Guarda mio caro, quando credi di conoscere bene le persone ed in realtà scopri che esse son diverse da come le avevi idealizzate…..beh, fa malissimo. Ed è qui che esplode la rabbia»

Rimasi in silenzio, ma poi gli dissi questo: «Amico mio, ti capisco. Anche io a volte non so come mai la gente cambia, o se cambiamo noi. Però vedi, la rabbia, se fine a se stessa non è positiva. Bisogna trasformarla in sensazioni positive, in stimoli buoni per andare avanti e creare. Creare nuove opportunità. È un po’ come la dinamo delle biciclette: tu pedali, fai fatica e magari tiri accidenti. Ma alla fine accendi la lampadina. Così va usata la rabbia, per creare nuove forze, per conquistare nuove vittorie»

Vedete, quel ragazzo, con cui alla fine mi scambiai i numeri di telefono, dopo qualche giorno mi ricontattò. Lo fece per ringraziarmi, perché aveva pensato a ciò che gli avevo consigliato. Mi disse che da quel momento in cui gli diedi quella “dritta” imparò che la rabbia è uno stimolo e non la sensazione in sé e che usandola bene crea energie infinite e tutte volte alla positività ed alla produttività.

Non rividi mai più quel ragazzo, ma ebbi la certezza che, da allora, imparò a far tesoro delle mie parole, come io feci tesoro della sua conoscenza e posso solamente dire che la sua rabbia arricchì anche me.

Daniel Incandela

Hey Chris, io continuo a premere “Play”

Questo CD ha più di vent’anni. Sembra nuovo, tanto è ben tenuto, questo perché i dischi li tratto come reliquie. Me li sono sudati, i Compact Disc: facevo i lavori più disparati per prenderli, e quando ne avevo la possibilità, via al negozio di dischi. Costavano più delle cassette, ma sapevo che sarebbero durati negli anni, a dispetto dei nastri, che, tra l’altro, mi si svolgevano sempre in stelle filanti brune, e allora dovevi andare giù di matita per riavvolgerli.

Di anni ne sono passati, e il tempo cambia irrimediabilmente le cose: il negozio in fondo al Corso, il “Master Dischi”, è sparito da tempo. Lì andavo a spendere i miei pochi soldi in un compact dei Queen, in un album degli Iron Maiden, talvolta “toppando” sulla scelta, come quando presi il CD omonimo dei Blur, solo perché c’era “Song 2”. Mica c’erano Spotify e You Tube per il preascolto: te li dovevi prendere a scatola chiusa, magari potevi essere fortunato e ascoltarli in cuffia in negozio, e allora era manna dal cielo, ma di norma era un terno al lotto.

Questo disco, comprato nell’inverno del ’96, mi colpì, nella sua interezza: lo presi per una canzone, come mi succedeva sovente; lo acquistai per “Pretty Noose”, ascoltata su MTV (quando MTV faceva musica e non spazzatura chiamata “reality”); quella voce… così strana… mi aveva toccato all’istante. Sentivo il timbro di Cornell salire distorto in un urlo che vomitava un dolore palpabile e rabbioso. Lo avvertivo crescere nella quieta tonalità di “Blow Up the Outside World”, prima di esplodere di botto, nell’acuto strillato del ritornello.

Chris Cornell l’ho visto e sentito sempre così: un urlo ferito e sofferente, anche nelle esecuzioni che in apparenza non avevano nulla di triste; sia che fosse “You Know My Name”, apertura del bellissimo film “Casino Royale”, sia che fosse nella cattiva “Rusty Cage”, in “Kickstand” in “Flower” o in “Black Hole Sun”. Un grido che mi ha sempre stretto il cuore senza ferirmi, in un concerto di emozioni agrodolci, da cui impossibile staccarvisi, sia che cantasse con i Soundgarden, con i Temple of the Dog o con gli Audioslave: era lui a conferire l’essenza di quel sound, attraverso la sua voce unica, da me una delle più amate.

Di come mi abbia colpito la notizia della sua scomparsa, delle dinamiche… non ne voglio parlare, e non importa. Non m’interessa nulla di tutto ciò, tolto lo stupore iniziale. Rimane la voce: quella, nonostante tutto, non va via. La ritrovo nel disco preso 21 anni fa, che riascolto ancora una volta, non più con il lettore CD “portatile”, ma sempre cuffie in testa. La ritrovo in ogni brano che mi ha accompagnato e che continuerò ad ascoltare in loop insieme a tutti quelli di tanti altri artisti a me cari. E mi immergo nel suono rabbioso e sofferente di quella splendida voce graffiata, di quelle chitarre ovattate e del sound piacevolmente cupo che mi ha accompagnato per più di due decenni. E adesso, nonostante tutto, ancora una volta, sorrido e spingo “Play”.

Pensieri su Sandro Emanuelli

Sandro, Sandrone. Amava tanto le avventure che, quando era ragazzo, lo chiamavamo Napoleone, forse perché condivideva con l’imperatore dei Francesi una certa megalomania, non nel senso di una grande follia (come l’intendevamo noi ragazzi) ma nel senso di un grande desiderio di avventura.
Per cercare di inquadrare l’inquadrabile, cioè lui, Sandro, dobbiamo pensare alla sua avventura in quello che veniva considerato allora – dalla fine degli anni 1960 alla fine degli anni 1990 – l’Oriente Misterioso (Cina, Malesia, India, Australia, ma anche Sud Africa, i paesi del Nord Africa, e tanti altri). Certo lui, Sandro, continuò a lavorare in quei paesi anche dopo, ma ormai si trattava di un mercato noto, con le sue regole e le sue consuetudini che forse lo stesso Sandro aveva contribuito ad impiantare.

Quali erano queste regole e consuetudini? La Cina ad esempio – paese di cui Sandro parlava continuamente – aveva l’abitudine di mandare a prendere, con macchine equivalenti alle limousine americane, i rappresentanti di cui si fidava. E naturalmente Sandro era fra questi. Ma come si giungeva a tanto? Come nasceva questa fiducia?

Sandro, pur nella sua ridondante eloquenza, non ce lo ha mai spiegato veramente. Secondo lui, che ci spiegava il perché di questo inusuale comportamento, questa fiducia nasceva dalla sua abilità di negoziatore, che i cinesi stimavano moltissimo… e noi ci dobbiamo fidare di questa sua interpretazione, perché anch’essa fa parte di quel suo bagaglio personale, quel bagaglio che voglio descrivere qui. Perché era considerato un po’ megalomane da noi, che eravamo suoi amici, quando eravamo ragazzini se in fondo tutti esageravamo un po’ il significato, soprattutto sociale, delle nostre o bravate o avventure. Allora ci si deve chiedere il perché della nostra considerazione di Sandro. E, se ci penso, nasce proprio dal modo in cui veniva considerato in famiglia, da una madre molto pratica, la signora Mercedes, con le mani d’oro, che tutto quello che faceva le veniva bene, la quale gli riservava l’affetto per un figlio un po’ ‘bagolone’, che non si sa né come spiegare né come prendere.

E poi c’era il padre di Sandro, Mario, anche lui persona molto intelligente e pratica, ma che non si poneva, apparentemente, il problema di come fosse il figlio, purché rispondesse a quei canoni di successo professionale che lui riteneva indispensabili nella vita! E Sandro, che come tante persone estrose e tendenzialmente di successo, non ha imparato niente dalla scuola tradizionale dove l’avevano mandato i suoi nell’estremo tentativo di imbrigliarne la forte personalità, ha passato tutta la sua vita a cercare, di realizzare a suo modo i sogni dei genitori. Me l’ha rivelato una frase che mi ha detto recentemente, quando, raccontandomi della Cina, mi disse: “Avrei voluto che mia madre mi vedesse.” Infatti lui, anche nell’azienda, che faceva degli ottimi vetri industriali, in cui era entrato a lavorare, con una qualifica bassa, si era messo presto in luce come persona con delle doti di intraprendenza e sapere che mal si adattavano alla nostra società, così strutturata. E così aveva incontrato il vecchio patriarca e fondatore dell’azienda, il quale, dopo un po’, avendole comprese, cercò di sfruttare al meglio le potenzialità della sua personalità.

E lo spedì in Asia , dopo che lui era già stato in molti altri posti del mondo, nelle sue esperienze lavorative precedenti. E in Asia – e soprattutto grazie alla sua esperienza cinese – si conquistò anche tutti la posizione economica che la lungimiranza del patriarca gli riservò, andando spesso a verificare sul campo, vale a dire in Sud Africa o in Cina, Hong Kong, le informazioni sul lavoro di Sandro che lui stesso gli forniva. E non gli lesinò niente, comprendendo che – anche se i suoi figli non erano d’accordo – solo così lo si poteva stimolare. E Sandro, essendo persona molto affidabile e fidata, lo ricambiò sia con l’affetto di un figlio, sia col suo modo, contemporaneamente aggressivo e rispettoso, di lavorare. Bisognava fare però sempre la tara dei suoi racconti. Una tara che doveva tenere conto della sua forte personalità che veniva stimolata dal rischio. Insomma anche ascoltando le sue avventure, si imparava a vivere, perché si doveva capire quanta parte di esse fosse espressione della sua fantasia, e quanta parte rispondesse ad un verità forse un po’ addomesticata, ma reale! Perché spesso le persone come lui sapevano come raccontare le storie, sapevano come stimolare il desiderio di avventura che c’è in ciascuno di noi e, fra l’altro, non c’è stato evento mondiale che non l’abbia visto almeno spettatore

Aveva due grandi amori: il mare e le donne. Il mare lo amò sempre nella sua vita. Straordinariamente incredibili, ma vere, sono le storie che riguardano la sua giovinezza, passata a bordo o di navi di piccolo cabotaggio o di grandi transatlantici e al Nautico di Piazza Palermo (forse l’unica scuola che gli piacque davvero). Riciclandosi alla modernità le storie che ha raccontato, relative all’ ultimo periodo della sua vita, riguardavano sia amicizie con personaggi del mondo marinaro sia modi per utilizzare Internet, sia posizioni specifiche che Sandro pensava di poter ricoprire nel monitoraggio del Mar Mediterraneo. Intanto se la godeva su di un’isola dal passato ligure che del mare e dei suoi prodotti aveva fatto un mito. Naturalmente però il tema più intrigante, è quello delle “donne”. Anche in questo caso quest’amore nasceva da una specie di desiderio di normalità. Perché “specie di”? Perché si era sposato, forse troppo giovane di testa, se non di età, in un tempo in cui lo sposarsi era il segno che uno che aveva “messo la testa a posto” e che abbandonava tutte le fantasie e le pulsioni della giovane età, per entrare nella maturità

E in invece per lui tutto stava per cominciare, anche se gli mancò sempre l’affetto stabile di una donna! Soprattutto quando sì ritirò a vivere la sua pensione nell’isoletta di S. Piero, a sud della Sardegna, mentre ormai il suo matrimonio era completamente franato. Anche nel caso del dove passare la sua pensione Sandro fece una mossa che spiazzò tutti, vale a dire tutti coloro che si aspettavano da lui un comportamento più tradizionale, cioè quello di un pensionato che si ritirava a vivere in una sua casa e che forse avresti potuto incontrare ai giardinetti che raccontava le sue avventure che nessuno ascoltava più. E Invece lui voleva essere ascoltato! La sua personalità era talmente esuberante che, dopo un primo periodo in cui Carloforte gli mostrò la parte ligure, cioè scontrosa e riservata, della personalità (mezza e mezza, per ragioni storiche) dei suoi abitanti, poi si sciolse nella sardità più generosa, accogliendolo a tutti i livelli: dal sindaco al macellaio dietro l’angolo.

Ci andavo tutti gli anni, a trovarlo. Mi piccavo di farlo per antico affetto invece ci andavo per sentirne raccontare le storie e per criticare la sua “creduloneria”. “Creduloneria”perché, sempre nell’assunto che esagerasse molto sulle sue esperienze, riteneva di essere molto amato da tutte le donne che glielo dicevano. Anche via Internet. Pensavo che, more solito, non si rendesse conto del suo sbaglio, mentre ero io che non avevo capito come funzionasse il mio amico, che era davvero molto amato. Fu così generoso e abile da conquistare anche il cuore non solo di un ufficiale della capitaneria di porto locale, che si comportò sempre con lui come un figlio, ma anche di tutta la sua giovane famiglia. Ora non c’è più e se ne è andato col vestito più bello, quello dell’affetto delle persone che lo vedevano sempre e gli stavano più vicine! Se ne è andato, sempre circondato di sentimenti positivi e inusuali. Così come aveva vissuto.

Adele Maiello

Vecchio lupo di mare: a Sandro Emanuelli

Sandro aveva due grandi amori: la scrittura e il mare. E così ha vissuto, sempre in giro per il mondo, visitando posti lontani e bellissimi. Ha scritto racconti per ognuno di essi e li ha pubblicati sempre tutti. Nasce a Genova e il sapore della salsedine gli entra fin nelle ossa: il richiamo del mare non l’ha mai lasciato, dopo anni in giro per il mondo, decide di ritirarsi nella splendida Isola di Carloforte: quante foto mi ha mandato del mare che si vedeva dalla sua finestra, quanti scatti di albe e tramonti. Ogni giorno nel suo studio, scriveva guardando il meraviglioso panorama davanti a lui. Anche quando stava male e faticava a vedere. Mi chiamava e diceva: “pupilla, ti sto mandando un altro racconto!” Così, ogni giorno. Fino ad oggi. Sandro è mancato improvvisamente, questa mattina e lascia un vuoto che non si può colmare. Amico sincero, una presenza costante. R.I.P. come amavi definirti tu, vecchio lupo di mare.

Siamo bombardati

Eh sì, è proprio così. Lo siamo ogni giorno dai giornali, dalle riviste, dalla tv e sui social network. No, non mi riferisco ai grandi eventi, agli attentati dell’ISIS, al terrorismo, agli omicidi, ma a tutte quelle piccolo e continue notizie allarmanti che ogni giorno ci vengono profuse. La carne no, fa male è cancerogena, il pesce no, contiene mercurio, la frutta dev’essere solo biologica altrimenti contiene pesticidi, devi dormire almeno 7 ore, la gonna non si mette a vita alta, non è più di moda. Sono solo una piccola parentesi del grande quadro delle tematiche che possono influenzare il nostro modo di rapportarci alla realtà. C’è da domandarsi se effettivamente i mass media possano condizionarci. A rispondere affermativamente ci pensarono un gruppo di ricercatori nel 1968 attraverso la teoria dell’agenda setting. Ciò che si evince da questo studio è come il pubblico venga influenzato da una “agenda” definita dai vertici mediatici, i quali spostano l’attenzione su determinate tematiche rispetto ad altre. Al di là della veridicità o meno di questa teoria, talvolta ambigua, il punto su cui bisogna focalizzarsi resta un altro. A livello psicologico ci fa bene tutto questo? O a volte è meglio essere inconsapevoli nei confronti di alcuni argomenti? Dipende. Il progresso sicuramente ha aiutato molto a migliorare la qualità della nostra vita rispetto a tempi passati ed è giusto informarsi e seguire un certo stile di vita. Ma a volte questo incessante motivo di sapere, imposto o no, non ci permette di dormire sonni tranquilli. Il risultato è che siamo perennemente indecisi e spesso ci interroghiamo su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Scoprire la verità in questa moltitudine di notizie si trasforma in una ricerca senza fine. Gli interessi dei grandi poteri spesso si focalizzano su aspetti personali e commerciali rispetto a quelli morali e salutari. In soccorso ci arriva il regno animale. Gli animali vivono per vivere al di là delle condizioni dell’ambiente. Vivono secondo i propri istinti in armonia con la natura, cosa che noi non siamo ancora in grado di fare. Ci crediamo superiori perché abbiamo la ragione ma la ragione spesso è un’arma a doppio taglio. Alla fine non conta troppo il tempo che ci rimane da vivere ma come viviamo quello che abbiamo. Quindi meglio vivere più a lungo seguendo ogni legge o vivere meno a lungo secondo le proprie leggi? A voi la scelta ma a me personalmente il vino diluito non è mai piaciuto.

Marco Aiolo

Ziggy e l’astronave

Ti alzi al mattino, come tutti i giorni, con una canzone a caso nella testa, e che canticchi, mentre sei sotto la doccia e fai colazione. Ti accompagna per le prime ore della giornata, quelle che a molti risultano sempre difficili, e un po’ detestate.

Stamattina cantavi “Space Oddity” di David Bowie. E poi, mentre leggi le notizie sul web, sorseggiando il latte, ti fermi, e apprendi che il Duca Bianco non c’è più.

Un paio d’anni fa scrissi questo editoriale su Bowie, e su quanto abbia influenzato le correnti musicali e culturali in genere, durante i decenni della sua carriera multicolore. Un esempio meraviglioso di eccletticità e di passione artistica, costellata da una eccentricità elegante e tagliente.

Il Duca rappresenta uno dei primi e persistenti ricordi musicali che possiedo dalla mia nascita. Avevo circa 5 anni quando mio padre ascoltava “Space Oddity”, e ricordo benissimo la scena: lo stereo assemblato, enorme, massiccio, colmo di luci, levette e astine oscillanti: un’astronave. Sì, mi pareva un’astronave aliena, e, quasi a sentire i miei pensieri, dalle casse JBL uscì una frase: “Ground control to Major Tom”. Un’atmosfera sospesa, come se il soggiorno fosse finito nello spazio.

Ricordo il film Labyrinth, ricordo il magnifico duetto con l’immenso Freddie Mercury in “Under pressure”. Scene che mi hanno accompagnato fin da bambino ad oggi.

Ricordo molto di questo grandissimo artista, che ho adorato in ogni sfumatura della sua espressività, ma ciò che rimane più impresso, è quello stereo assemblato, quelle casse superstiti di quella luccicante astronave, che oggi non c’è più, e che mi mancherà.

La storia di Babbo Natale

C’era una volta Babbo Natale. Chi non ne ha mai sentito parlare, chi non ha mai creduto in lui, nell’età fanciullesca. Ebbene, oggi vorrei raccontarvi la sua storia. Una storia fatta di magia e realtà, fatta di epoche lontane, ma vicine. Semplicemente, la storia di un vecchio di buon cuore, che porta in giro per il mondo regali al fine di esaudire i desideri dei più piccini. Babbo Natale, che in molte Nazioni è chiamato con altri nomi, tra cui Santa Claus, in realtà vive in Finlandia, nell’estremo nord dell’Europa. Il suo villaggio si chiama Rovaniemi ed è situato in mezzo alle nevi, in un posto bellissimo.

Lui ha molti aiutanti, tutti fidatissimi. Si avvale dei folletti. Personaggi tra il serio e la fantasia che gli danno una mano a creare ed impacchettare tutti i regali da portare, la notte di Natale, ai bambini che gli hanno scritto la “letterina” e che, chi prima o chi poi, vedranno i propri desideri avverarsi.

Si dice che lui sia molto vecchio e saggio. Ne dà prova la sua folta chioma e la sua barba, entrambe bianche. Non fatevi ingannare dall’età: lui ha centinaia di anni sulle spalle, tanta esperienza e tanta fatica. Ma non molla mai, è instancabile, ed ogni anno la notte di Natale fa il suo viaggio per il mondo a bordo di una slitta magica. Non una slitta qualsiasi, una slitta volante guidata da renne. Delle renne speciali di cui il mondo intero conosce i loro nomi: Rudolph, Dixen, Vixen, Dazzle, Cupid, Donner, Prancer e Dancer. Nomi complicati, di cui forse uno è più noto: la mitica renna Rudolph! La più conosciuta ed amata dai piccini. Per così dire è la “rappresentante morale” delle renne di Babbo Natale.

Si dice che siano anche renne parlanti, che consigliano Babbo Natale nella rotta più veloce ed efficace, per rendere ancora più rapido il lavoro del bravo “nonnetto”. Il vecchio saggio, poi, è inconfondibile. Si riconosce per la sua veste. Una giacca rossa come i pantaloni, con le bordature bianche. Difficile sbagliarsi, ma attenzione, non vi fate fregare. Di Babbo Natale ne esiste solo uno. E si trova a Rovaniemi, in un posto incantato. Bimbi, però, non vi preoccupate perché lui, il vecchietto, è bravissimo e molto preparato. Si dice in giro che conosca ogni lingua del mondo, esia pronto ad abbandonarsi in bontà, dolcezza e gentilezza con ogni bambino (o adulto) del mondo.

Ah… e chi vi dice che il Babbo non esiste, dice una menzogna. E’ una bugia. Lui esiste, e tutti i desideri richiesti li esaudisce. Buon Natale amici di Babbo Natale, che sia un felice Natale per voi tutti e… nel caso incontriate Babbo Natale, fategli un salutino da parte mia!

Daniel Incandela

Terrorismo in Italia e nel mondo: cronistoria di una tragedia

In questo reportage si vuole trattare una questione, ad oggi, di rilievo internazionale che ha interessato per molti anni anche il nostro Paese: il Terrorismo. Con terrorismo, o strategia del terrore, si intende quell’insieme di atti ed azioni compiuti da parte di qualche soggetto per destabilizzare il senso di sicurezza delle vittime e di chi sta intorno ad esse. L’esempio più eclatante per l’Italia è stato rappresentato dalle Brigate Rosse, così chiamate perché di area comunista, che combattevano a loro dire contro il “sistema”, termine col quale intendevano inglobare istituzioni di ogni tipo o personaggi di rilievo che, per la loro idea, erano un pericolo. Si sono avute, a causa di questo tipo di terrorismo, numerose stragi ed omicidi. Il punto cardine su cui si deve focalizzare l’attenzione è stato sicuramente il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro.

Era il 16 marzo 1978 quando l’Onorevole Aldo Moro, allora Presidente della Democrazia Cristiana venne prelevato da alcuni uomini che, per non essere braccati e lasciare testimoni, uccisero tutti gli agenti di scorta. Aldo Moro in quel periodo stava lavorando alla creazione di un Governo in collaborazione col Partito Comunista. Mai si trovò il covo dove è stato nascosto Moro, ma lo stesso continuava a mandare appelli attraverso i giornali, chiedendo allo Stato di trattare con le BR il suo rilascio. Ma lo Stato non volle cedere. Rifiutò ogni trattativa, ragionando sull’opportunità di evitare di scendere a patti con tali fanatici. Purtroppo, il 9 maggio, una telefonata ad un amico di Moro gela il sangue a lui ed ai parenti ed affiliati alla DC. Nella telefonata a nome BR si dice che il cadavere del politico era rinchiuso nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in Via Caetani a Roma. Si verificò tale notizia, tale telefonata e… il riscontro ci fu. Il cadavere dello statista venne ritrovato e le immagini del corpo fecero il giro di tutte le emittenti televisive, gettando chi le vide nello sconforto e nel terrore.

Si capì che le BR e la loro violenza non avevano limite. Ma chi erano le BR? Erano un gruppo di studenti ed operai a cui un personaggio tristemente noto agli onori della cronaca, Renato Curcio, aveva dato il nome di Brigate Rosse. Ai tempi Curcio era un giovane studente di Sociologia ed era aiutato, nella sua idea di creazione di questo gruppo armato, da un certo Enrico Franceschini, ex militante del Partito Comunista. Insieme, con la loro creazione, diedero vita ad un nutrito gruppo di persone, molto variopinto, che racchiudeva molti soggetti della classe operaia del tempo e personaggi del cosiddetto gruppo di Lotta Continua, gruppo extra-parlamentare di estrema sinistra, che si unirono alle BR per combattere quello che loro definivano SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali). Cominciarono così gli “anni di piombo”. Periodo buio della nostra storia, in cui nessuno poteva dirsi tranquillo e, solo camminando per strada, si rischiava di essere uccisi o feriti da questo gruppo armato. Vennero, in questo periodo, ad unirsi due tipi di terrorismo. Da una parte le BR, gruppo di estrema sinistra, che combatteva lo Stato e dall’altra le logge di estrema destra, come la loggia massonica denominata P2, autrice di varie stragi, tra cui quelle tristemente note di Piazza Fontana (12 dicembre 1969) e della Stazione Centrale di Bologna (2 agosto 1980). Si dice che molti BR, tra cui lo stesso Curcio, si nascosero in Piemonte durante gli anni di latitanza, per sfuggire alla cattura da parte delle forze dell’ordine. Alcuni personaggi di spicco delle Brigate Rosse si pentirono delle loro azioni, iniziando a collaborare con le istituzioni dello Stato per terminare il periodo degli anni di piombo. Il primo grande pentito della storia BR è stato Patrizio Peci che, con le dichiarazioni rese al famosissimo Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, permise di scovare numerosi latitanti BR e assicurarli alla giustizia. Purtroppo, anche in questo caso, la risposta Br non si fece attendere. 10 Giugno 1981, il fratello di Patrizio Peci, Roberto, venne rapito dalle Brigate Rosse e “condannato a morte” per tradimento.

Infatti, dopo 54 giorni di prigionia, Roberto Peci venne assassinato e tutti gli atti preliminari alla sua uccisione, compreso l’ultimo, terribile atto, venne filmato suscitando incredulità e paura in quanti abbiano visionato quelle immagini. Si tratta del più grave atto di vendetta interna nella storia del terrorismo italiano. Con tale azione le BR volevano dimostrare la loro forza e crudeltà nei confronti di chiunque si volesse schierare contro di loro. Un po’ di storia brigatista del Peci. Era il 1962, il luogo era San Benedetto del Tronto. Patrizio Peci era allora un giovane di 17 anni che, in seguito all’affondamento di un peschereccio ed il rifiuto dell’armatore di autorizzare il recupero delle salme in mare, decise di manifestare insieme a molti altri personaggi contro questa decisione. In seguito Peci si fece “affascinare” dalla lotta brigatista (è noto che gli oratori e propagandisti BR erano molto in gamba e trovavano numerosi adepti con la loro arte oratoria) e fondo i Proletari Armati in Lotta. Il gruppo non era, solitamente, dedito agli omicidi. Si limitava, almeno inizialmente, a bruciare auto e pestare gli avversari politici di destra. Ma ben presto la storia cambia. Dopo l’arresto di Curcio, Franceschini diventa il capo delle BR e Peci si fece ammaliare da lui e dai suoi uomini, abbandonando il gruppo e unendosi alle BR. Macchiandosi così di numerosi assalti ed omicidi. Nel 1978 Peci viene arrestato e, di fronte al Gen. Dalla Chiesa, decide di porre fine alla sua lotta, collaborando alle inchieste e creando i presupposti per la cattura di numerosi ricercati BR. Fu il primo pentito della storia delle brigate. A lui succedettero numerosi altri esponenti. Ma le BR non si fermano. Nel 1981, dopo 54 giorni di prigionia, venne ucciso il fratello di Patrizio Peci, Roberto, a dire delle brigate rosse, colpevole di aver tradito insieme al fratello, i nuclei armati e per questo da eliminare. Fortunatamente, forse anche grazie al programma di protezione dei pentiti, Patrizio Peci riesce a scampare alla vendetta dei brigatisti e, nel suo libro “Io, l’infame” racconta le vicissitudini della sua vita all’interno dei gruppi armati, fino al suo pentimento ed alla collaborazione con lo Stato alla cattura di quanti più potesse. Una fonte da me intervistata, che ha chiesto di rimanere anonima, mi ha precisato che il Peci, durante il periodo del suo pentimento, visse anche in alcune zone del Monferrato e dell’Alessandrino. Forse anche questo tipo di spostamenti lo salvò dalla vendetta brigatista.

Fortunatamente gli anni di piombo, a seguito di numerosi arresti e indagini, finirono e la gente comune, compresa quella che si interessava di giustizia e politica, ricominciò ad uscire di casa sicura di non dover più temere un giovane di 17 anni che, in seguito all’affondamento di un peschereccio ed il rifiuto dell’armatore di autorizzare il recupero delle salme in mare, decise di manifestare insieme a molti altri personaggi contro questa decisione. In seguito Peci si fece “affascinare” dalla lotta brigatista (è noto che gli oratori e propagandisti BR erano molto in gamba e trovavano numerosi adepti con la loro arte oratoria) e fondo i Proletari Armati in Lotta. Il gruppo non era, solitamente, dedito agli omicidi. Si limitava, almeno inizialmente, a bruciare auto e pestare gli avversari politici di destra. Ma ben presto la storia cambia. Dopo l’arresto di Curcio, Franceschini diventa il capo delle BR e Peci si fece ammaliare da lui e dai suoi uomini, abbandonando il gruppo e unendosi alle BR. Macchiandosi così di numerosi assalti ed omicidi. Nel 1978 Peci viene arrestato e, di fronte al Gen. Dalla Chiesa, decide di porre fine alla sua lotta, collaborando alle inchieste e creando i presupposti per la cattura di numerosi ricercati BR. Fu il primo pentito della storia delle brigate.

A lui succedettero numerosi altri esponenti. Ma le BR non si fermano. Nel 1981, dopo 54 giorni di prigionia, venne ucciso il fratello di Patrizio Peci, Roberto, a dire delle brigate rosse, colpevole di aver tradito insieme al fratello, i nuclei armati e per questo da eliminare. Fortunatamente, forse anche grazie al programma di protezione dei pentiti, Patrizio Peci riesce a scampare alla vendetta dei brigatisti e, nel suo libro “Io, l’infame” racconta le vicissitudini della sua vita all’interno dei gruppi armati, fino al suo pentimento ed alla collaborazione con lo Stato alla cattura di quanti più potesse. Una fonte da me intervistata, che ha chiesto di rimanere anonima, mi ha precisato che il Peci, durante il periodo del suo pentimento, visse anche in alcune zone del Monferrato e dell’Alessandrino. Forse anche questo tipo di spostamenti lo salvò dalla vendetta brigatista. Fortunatamente gli anni di piombo, a seguito di numerosi arresti e indagini, finirono e la gente comune, compresa quella che si interessava di giustizia e politica, ricominciò ad uscire di casa sicura di non dover più temere.  Dalle BR al terrorismo mafioso. Il terrorismo BR non fu il solo esempio di terrorismo italiano, seguirono specialmente negli anni ’90 le stragi mafiose, che coinvolsero numerosi poliziotti e magistrati, ma anche gente comune che nulla aveva a che vedere con i loro “obiettivi”. Due stragi tra tutte sono rimaste impresse nella memoria di chi le ha vissute, anche solo televisivamente. La prima è la c.d. Strage di Capaci. Era il 23 Maggio del 1992 quando il giudice Giovanni Falcone arriva all’aeroporto di Punta Raisi, direzione Palermo, con la moglie. Erano le 16.45. In quel momento Falcone, sua moglie e le auto della scorta, si mettono in viaggio per raggiungere Palermo. Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo un’ora dopo, alle 17,58. Una mano assassina arma di 500 kg di tritolo con comando a distanza l’autostrada all’altezza dello svincolo di Capaci. Un botto terrificante che disintegrò l’autostrada A29 e le auto coinvolte. La prima auto di scorta venne trovata a una decina di metri dal punto di deflagrazione.

Incredulità e sgomento. Il giudice Giovanni Falcone, la sua adorata moglie, gli agenti di scorta. Tutti deceduti. Nessuno poteva immaginare. Le immagini riportate dalle TV sono agghiaccianti, colonne di fumo, distruzione, morte. Brandelli di carne umana e metallo in fiamme ovunque. I pezzi dell’asfalto scagliati a decine di metri di distanza. Il giudice Falcone viene portato in condizioni disperate al Civile di Palermo ma niente, neanche lui ce la fa. Alle 19,05 di quello stesso, maledetto giorno, ne viene dichiarato il decesso, lasciando tutti sgomenti. In quella tragica data ci furono in totale 5 morti e 23 feriti. Non passò molto tempo per assistere, purtroppo, ad un altro vile attentato di mafia. Era il 19 luglio dello stesso, maledettissimo, anno. Il 1992. Il giudice Paolo Borsellino si reca a far visita alla madre in Via D’Amelio, una via che da sempre era stata definita pericolosa dalle forze dell’ordine ma per la quale non era stato fatto nulla. Era stato chiesto, come numerose testimonianze potrebbero confermare, più volte di non lasciar parcheggiare le auto nel piazzale antistante la palazzina dove la mamma di Borsellino viveva. Troppo pericoloso. Ma nessun appello era stato recepito, nessuno. Ed è così che, quel tremendo giorno, il 19 luglio 1992, un’auto imbottita di esplosivo viene fatta esplodere all’arrivo del giudice Paolo Borsellino, collega di Falcone ed uno dei più grandi giudici che l’Italia ricordi.

Un’esplosione devastante. Il giudice e 5 agenti della scorta furono colpiti dal devastante botto e non ebbero scampo. La maledetta 127 esplosa era proprio lì, nel pericoloso piazzale che da tempo suscitava preoccupazioni da parte degli agenti. Un solo superstite in quel gigantesco dramma. Un agente di scorta che testimoniò tutta la crudeltà e la crudezza delle immagini che vide coi suoi occhi: “Il giudice e i miei colleghi erano già scesi dalle auto, io ero rimasto alla guida, stavo facendo manovra, stavo parcheggiando l’auto che era alla testa del corteo. Non ho sentito alcun rumore, niente di sospetto, assolutamente nulla. Improvvisamente è stato l’inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L’onda d’urto mi ha sbalzato dal sedile. Non so come ho fatto a scendere dalla macchina. Attorno a me c’erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto” Una testimonianza inquietante, soprattutto alla luce dei continui allarmi da parte degli agenti sulla pericolosità di Via D’Amelio.

Numerose indagini (ed illazioni) ne seguirono. Si arrivò ad arresti, perquisizioni e, molto tempo dopo (le ultime nel 2013), a condanne per questo vile attentato. Indagini che rendono giustizia al grande giudice, ma che non lo riportano indietro. Specialmente perchè la sua morte sarebbe stata, al contrario di quella di Falcone, evitabile.

Daniel Incandela

Lettera a Babbo Natale

Caro Babbo Natale,
ti scrivo perché, come ogni anno, sta arrivando il tuo giorno. Il giorno in cui tu doni un po’ di gioia nei cuori delle persone, il giorno in cui, ai più piccoli, porti giocattoli e balocchi. Io non sono più un bambino e i doni “materiali” non li desidero. Desidero, invece, questo: viviamo in un periodo di profonda crisi, malcontenti e la gente è disperata. Non si trova lavoro, si arriva a stento a fine mese. Sentiamo di anziani costretti a rubare nei supermarket, perché hanno fame, perché con 300 € di pensione al mese non riesce a comprare da mangiare. Esistono persone che, non volendo arrivare a tanto, non toccano cibo per interi giorni oppure si limitano ad una tazza di latte.

Sono innumerevoli le famiglie in cui uno solo dei componenti lavora, spesso un lavoro umile e sottopagato. Orari impossibili, straordinari, tutto per portare a casa un misero stipendio, per poter sfamare i figli e il coniuge disoccupato. Caro Babbo Natale, io son fortunato. Vivo con i miei genitori, hanno un lavoro entrambi e mi danno molto, tutto ciò di cui ho bisogno. Non lavoro ancora purtroppo, ma sono ottimista nel pensare che un lavoro lo troverò e mi permetterà anche di restituire tutti i sacrifici che i miei genitori hanno fatto per me. Per questo non ti chiedo nulla, solo di portare gioia e buone notizie alle persone che lo meritano, alle persone che più ne hanno bisogno, quelle che, pur con niente si danno da fare. Ti chiedo di poter dare la possibilità a tutti coloro che cercano un lavoro, di trovarlo, ti chiedo di intercedere affinché ogni impresa possa sopravvivere e non fallire. Ti chiedo di portare un pasto caldo ogni giorno a chi non ha le possibilità di averlo. Ti chiedo questo, niente per me.

Confido in te.

Grazie,

Daniel Incandela