Black Mirror

Viaggiava in auto, avvolto dalle nebbie. Il pomeriggio era nel pieno della sua vita: quell’apice che precede il declino nel crepuscolo. Il sole, tuttavia, si negava agli occhi, vestendosi di foschia. La coltre novembrina abbracciava l’automobile con soffice delicatezza; pigramente, la colorava del medesimo grigio di cui l’ambiente era tinto, e accarezzava la vernice metallizzata con algide dita affusolate.

L’uomo guidava e ascoltava musica, mentre l’asfalto nero scompariva sotto le ruote: buche, crepe e rattoppi si susseguivano sulla strada mal curata, rendendo il tragitto sconnesso e costellato di percosse sulle sospensioni.

Lo stereo liberava note eterogenee: un susseguirsi di brani acustici intervallato da pezzi più aspri e cupi, mentre il guidatore posava lo sguardo ora sullo specchietto, ora sulla strada oltre il parabrezza. Una buona guida comporta una costante verifica, sia di ciò che ti attende di fronte, sia di quanto ti lasci alle spalle.

Uscito da una curva leggermente chiusa, rimise la sesta, accelerando rabbiosamente, mentre la macchina prendeva l’ultimo tratto della corda prima di reimmettersi su un lungo rettilineo. Il motore ruggiva e l’uomo stringeva le mani sul volante con forza, facendo sbiancare le nocche. Osservò nuovamente il retrovisore, scorgendo una forma scura nella nebbia: un’immagine indistinta, ma via via sempre più intensa e opprimente. Accelerò d’istinto, senza sapersene spiegare il motivo. La forma riflessa nel cristallo rimaneva indistinguibile, forse a causa della nebbia che si addensava, ma continuava ad avvicinarsi. Doveva andare molto forte. Non emetteva luci, ed egli si chiese chi fosse così idiota da girare a fari spenti in mezzo a quel gelido nulla. Un’ondata di angoscia prese ad assalirlo, man mano che la figura nello specchietto diventava più grande, senza tuttavia rivelarne ancora le forme. Accelerò. Il motore cantava insieme allo stereo, sempre più forte, spingendo la vettura più velocemente.

La figura continuava ad avvicinarsi, sempre più grande, sempre più ingombrante nel retrovisore. Accelerò ancora, ma invano: era ancor più vicina, e l’angoscia cresceva di pari passo. Il motore ora urlava, quasi soffrendo per lo sforzo, come un cavallo spronato a morte. La figura era lì, attaccata, la vedeva riempire ogni spazio dello specchietto. Il cuore martellava forsennatamente nel petto, rivoli di sudore freddo colavano dalle tempie pulsanti. Il respiro affannoso lo faceva sussultare.

Con gli occhi dilatati dal panico, si avvicinava alla curva, senza rallentare. La morsa di angoscia cresceva ad ogni millimetro divorato dalla figura nello specchietto: il cristallo era diventato una lucida lastra d’ebano. La curva si faceva sempre più vicina, resa sinistra dalla folle velocità. Nessun cenno di rallentamento, non poteva: la figura nello specchietto lo avrebbe preso.

Accelerò ancora, portando il contagiri al limite. il motore strillò di dolore nell’istante preciso in cui la vettura uscì dal nastro nero, tracciando una tangente che s’infranse in un vortice di lamiere, plastiche e vetri sbriciolati in numerose capriole.

Il retrovisore era volato a bordo strada, spezzato in più punti. Riflesse ancora per pochi momenti la figura ammantata, la quale, superato quanto rimaneva della vettura e del suo conducente, si allontanò con improvvisa lentezza, quasi sazia, sparendo nelle torbide nebbie della campagna.

 

(In sottofondo: Iron Maiden – Dance of Death)

La falena nella fiamma

James è seduto in camerino. Fissa un punto indefinito di fronte a lui; le mani giunte, gli indici sfiorano le labbra. Il torso leggermente piegato in avanti tradisce un nervosismo che non può essere cancellato neppure da anni di esperienza e successo planetario. È una leggenda, eppure al pensiero di salire sul palco si emoziona come fosse la prima volta.

Lo chiamano: è ora. Tira un lungo sospiro lasciando andare un po’ di tensione, dopodichè si alza, raggiungendo Kirk, Robert e Lars. Manca poco, intanto si sente partire la loro “colonna sonora” che sancisce l’ingresso, l’inizio dell’ennesimo show: “The Ecstasy Of Gold” di Morricone scorre lentamente. È meravigliosa, perfetta per descrivere l’atmosfera intensa ed epica, la trepidazione che pubblico e band condividono. La musica de “Il Buono, il Brutto, il Cattivo” prosegue in crescendo, mentre la folla echeggia in coro, e i ragazzi si stringono in circolo, caricandosi a vicenda.

Si entra, e mentre incede verso il palco, James scarica ancora un po’ di nervosismo allargando le braccia, lasciandosi sfuggire un eloquente: “Andiamo, cazzoooooo!”. Il palazzetto esplode quando i quattro calcano la scena; la bolgia s’incendia ulteriormente all’attacco del primo pezzo: è “Hardwired”. Il pubblico si lascia trascinare dai riff frenetici di un brano che riporta alla mente la cattiveria dei pezzi storici.

Lo spettacolo è allucinante: una struttura di luci e fiamme; cubi giganti in cui scorrono immagini, a sovrastare il grande palco circolare, su cui i quattro si spostano da un’estremitàa all’altra, circondati da migliaia di persone impazzite. Età diverse, generazioni che si susseguono: perfino genitori con i giovanissimi figli scalpitanti.

Li osserva, James, sorridendo e parlando con loro in un intermezzo: «Sei qui con i tuoi? Hai dei genitori fenomenali!» sorride al ragazzino, che ricambia felicissimo, annuendo dalla transenna, circondato da mamma, papà, e trentamila anime urlanti. Una passione tramandata, una famiglia in una bolgia metal, carica di un’energia positiva, rinvigorente, che non molti comprendono e tanti disprezzano a priori.

Hetfield si rabbuia un attimo durante “Nothing Else Matters”, soffermandosi con la mente a tutti gli anni trascorsi, alle difficoltà che da fuori non si vedono. Rivive i litigi furiosi con Lars, la rottura imminente, la rabbia repressa, mai lasciata andare realmente.

Rivede ancora distinti i momenti terribili della morte di Cliff: il pullman ribaltato, le sue gambe che vi spuntano da sotto. E il rifiuto durato anni, vomitato addosso a Jason, ritenuto quasi colpevole di averne preso il posto. Tutto questo è rimasto latente per anni, lo sa, James. Poi è esploso, di botto, e i Metallica hanno rischiato di non esistere più: Jason va via, mentre lui, Lars e Kirk si scannano a un tavolo, sputandosi in faccia l’un laltro il proprio dolore.

C’è chi dice che si sono rammolliti, che sono invecchiati. Se lo ricorda, Hetfield, quando si erano tagliati i capelli. “I metallari hanno i capelli lunghi” berciava qualcuno. Stai a vedere che ora la musica si fa con pettine e forbici!

Il “Black Album”, “Load” e “Reload”… fanno allontanare chi li taccia di tradimento, chi li accusa di “essersi venduti”, eppure consentono a molti neofiti di avvicinarsi incuriositi: ragazzini che approfondiscono il genere, scoprendo solo in seguito capolavori come “Master Of Puppets”, “For Whom The Bell Tolls” e “One”. Così giungono nuovi proseliti, che arrivano ascoltando “Until It Sleeps” e “The Unforgiven”,  e rimangono immergendosi nelle sonorità incredibili di “Orion”, le percosse di “Battery”. James lo sa che i Metallica sono tutto questo: sono la furia giovanile di “Hit The Lights”, e anche la calma sperimentale di “Low Man’s Lyric”, lo si voglia o no.

Ci ha messo un po’ a rendersi conto che la sua autostima non dipendeva da come lo vedono le persone intorno al palco, ma ora le cose sono cambiate. La gente non se ne rende conto: vede da fuori una rockstar o un attore e pensa che sia tutto rose e fiori, che sia fighissimo: soldi, fama… fare quello che vuoi…

Lo sa benissimo che moltissimi farebbero volentieri a cambio, tuttavia non è quello il punto, e non è proprio come si vede da fuori: James ha cinquantacinque anni, ma ricorda ancora nitidamente i primi tempi, gli eccessi e le stupidaggini giovanili; i litigi con Mustaine… Quando sei giovane e impetuoso, pensi di poter spaccare il mondo con un pugno. Il tempo ti aiuta a capire, se hai l’umiltà di fermarti a riflettere sui tuoi errori. Non ti spegni, non perdi forza per questo, anzi, impari a incanalarla al meglio, a sfruttarne ogni molecola.

Ed ecco lì la potenza di un uomo che ha sconfitto le sue paure, le proprie debolezze, ottenendo il successo, quello autentico, perché “successo” non è sfornare dischi e fare tour mondiali con sold-out costanti. Il vero successo è non farsi schiacciare da tutto questo: non soccombere sotto l’autoglorificazione, non cedere alla paura di fallire, non sottostare al mercato o alle aspettative di chi ti desidera in un modo e si arroga il diritto di definire chi sei. E allora, riesci a fare quello che vuoi, interamente, realmente. Scegli di fare la musica che preferisci, che senti in quella maniera, e in quel preciso momento.

Scegli di stravolgere i tuoi canoni, di fare anche qualche cazzata, ma in totale libertà, accettando le critiche del pubblico o anche infischiandotene, senza rinnegare comunque ciò che hai fatto.

E allora accade che, al concerto, chiedi al pubblico se il nuovo album piace: «Do you like it?». E quando ottieni una risposta tiepida, hai le palle per chiederlo ancora, più convinto: «DO YOU LIKE IT?!», non per qualche glorificazione; sai che non a tutti piace, che molti rimangono attaccati ai vecchi successi, ma quello fa parte di te, e lo difendi. Difendi il tuo lavoro, sai che ha un valore, ne hai la conferma quando suoni “Moth Into Flame” o “Now That We’re Dead”. La gente s’infiamma, perché sei James Hetfield, un’icona, ma tu sei lì sul palco perché sei tu, un uomo, e lo sei trecentosessantacinque giorni l’anno, dentro e fuori dal palco.

Lo show finisce: i quattro sono stanchi, dopo due ore e mezza di concerto e spettacolo pazzesco, in cui ognuno si è spremuto fino all’osso. Stanchi, sudati fradici, ma sorridenti. In ognuno di loro splende una luce di serenità che troppo sovente viene data per scontata in chi si presume abbia tutto. James saluta, accanto a Lars, stretti in un abbraccio. Tira un lungo sospiro soddisfatto, lasciando andare gli ultimi scampoli di tensione, tradendo l’emozione di chi è cresciuto senza invecchiare, senza ingrigirsi; l’emozione di chi ha sconfitto i propri demoni, accettando le debolezze senza soccombere ad esse. Ne ha tratto ulteriore forza, altra energia: la si vede fuoriuscire ad ogni riff, ad ogni strofa, è palpabile. Questo è “metal”. Questo è “Metallica”.

James si riprende, destatosi da un sogno ad occhi aperti, un dejavu, una premonizione… tutto in un’unica visione. È nel camerino, seduto, le mani giunte. Un attimo di smarrimento, un solo istante, poi un sorriso: lo ha vissuto infinite volte, tutto quell’incredibile percorso, e sta per farlo di nuovo. Stringe gli occhi come a mettere a fuoco qualcosa, come a richiamare un’immagine, quando viene chiamato: è ora. Si alza in piedi, tira un lungo sospiro, ancora sorridente. Gli occhi azzurri scintillano di entusiasmo e tensione, mentre, in un lentissimo fade-in, “The Ecstasy Of Gold” prende a echeggiare, via via crescendo insieme al coro del pubblico in trepidante attesa, pronto ad accogliere i “Four Horsemen” per un’altra nottata memorabile, fatta di musica, di passione, di incubi sconfitti, e di sogni realizzati.

10

David si alza dalla poltrona di pelle; gesti lenti, colmi della consueta flemma ed eleganza che lo hanno sempre accompagnato.

Si guarda allo specchio: il tre pezzi bianco, il nodo della cravatta impeccabile. Il Sottile Duca Bianco si riflette nel cristallo, sigaretta tra le labbra, sfuma e lascia posto prima a Ziggy Stardust, poi ad Aladdin Sane, il cui volto pitturato ricambia lo sguardo, ammiccandogli complice. Stringe lievemente gli occhi, David, divertito. Sorride, mentre sposta lo sguardo e si dirige verso una sedia a dondolo su cui si trovano i pupazzi di “Labyrinth”, uno dei film che ha interpretato nella sua carriera di artista poliedrico. Prende tra le braccia uno dei goblin del reame del principe Jared, lo culla distrattamente mentre si guarda intorno nella stanza, fino a soffermare lo sguardo sullo scaffale dei dischi.

Gli occhi scorrono sui dorsi, sostando su “The Hot Space” dei Queen e facendogli allargare il sorriso sulle labbra. Pensa ad “Under Pressure” e i brividi corrono lungo la schiena al pensiero di quel capolavoro cantato con Freddie; tornano i ricordi in sala di registrazione, si susseguono le immagini del tributo a Wembley nel ’92 con Annie Lennox, e tante altre scene, di collaborazioni e amicizie: Tina Turner, Mick Jagger, Trent Reznor, i Placebo… Si rende conto solo in quel momento che da quando si era alzato dalla poltrona aveva preso a canticchiare. Aveva iniziato sussurrando “The Jean Genie”, e ora è lì che intona le parole di “Absolute Beginners”…

Chiude per un momento gli occhi, lasciando andare un lungo sospiro, mantenendo il sorriso. Li riapre e riprende a osservare la libreria di dischi, passando sui suoi lavori: “Space Oddity”, “Young Americans”… un’espressione di compiacimento gli illumina il volto. Posa lo sguardo su “Blackstar”, uscito due giorni prima… Ma era davvero due giorni fa? Istintivamente si volta a osservare il “10” sul calendario appeso alla parete, abbassa gli occhi pensieroso, tuttavia è solo un istante e torna a sorridere.

Osserva la porta della stanza. Seppur non ricordi dove si trovi, sa che oltre essa lo attendono un palco e una folla urlante, fatta di persone che lo amano incondizionatamente. Riprendendo a intonare le proprie canzoni, s’incammina lentamente verso la porta; sente la folla chiamarlo dall’altra parte, a gran voce. Sorride, canticchiando “Heroes”: «We can be heroes, just for one day», sussurra mentre afferra la maniglia e schiude l’uscio dal quale un boato immenso lo abbraccia ancora una volta.

Sono l’Uomo di Ferro

Tony mi fissa: i suoi occhi bruni curiosi sono avidi di tutto ciò che lo circonda. È sempre stato un ragazzo assetato di conoscenza tanto quanto amante della festa. Il suo umorismo dissacrante e sarcastico non lo abbandona mai, e anche adesso vedo quella luce divertita nelle sue pupille. Si lascia andare a un breve sorriso prima di voltarmi le spalle e accomiatarsi. Mentre si allontana, lo osservo: zoppica leggermente, e l’incedere è appesantito dalla fatica dell’ennesima battaglia. Tony è incredibile: chiunque lo osservi con superficialità ne parlerebbe male. Lo considererebbe solo un rampollo che ha ereditato un sacco di soldi e che si gingilla con auto costose, giochini tecnologici e donne usa-e-getta: un eterno festaiolo che non prende nulla sul serio e si cura soltanto di nutrire il proprio ego gigantesco. Non è così. Tony si è fatto carico di un impegno titanico, impossibile per chiunque.

Certo, rimane un personaggio sopra le righe, fa lo sbruffone, e mostra perennemente quell’atteggiamento derisorio verso tutto e tutti, eppure non si può negare quanto sia grande il suo spirito di sacrificio e il senso del dovere. Ha preso una strada difficile, perché la sentiva, perché voleva, ma anche perché si sentiva tenuto a farlo.

Quando mi ha creato, inizialmente lo ha fatto per aprirsi una via di fuga, per sopravvivenza; poi la sua mente geniale ha iniziato a lavorare sui miglioramenti, sulle implementazioni e, ovviamente, anche sullo stile. Non per vantarmi, ma sono un capolavoro; forse un po’ del suo autocompiacimento lo ha trasmesso anche a me!

Il comando a distanza mi chiama: vedo la mia immagine riflessa sulle vetrate del laboratorio, mentre mi muovo verso le scale: effettivamente sono fantastico, non c’è che dire. I bambini si vestono come me, e non solo loro: anche gli adulti appassionati collezionano gadget con la mia effige, alcuni si tatuano la mia immagine sul corpo. Sono un mito. Tony è un mito.

Salgo al piano di sopra, eccomi in salotto: Tony è seduto sul divano, la borsa del ghiaccio dietro la nuca. Mi osserva mentre il comando a distanza mi porta a sedermi accanto a lui. Mi guarda a lungo, reiterando quella miscela di curiosità e divertimento, ma scorgo qualcosa in più: soddisfazione. «Beh, amico mio, anche oggi ci siamo fatti valere». Il suo sorriso si spegne in una maschera seria. Anche dagli occhi scompare la luce divertita che lo ha sempre accompagnato fin da bambino: «Quando ho creato il tuo “fratello maggiore”, in prigionia, ero disperato. Non avrei pensato che sarei arrivato a diventare un super eroe».

Mi fissa, come in attesa di una mia replica, poi riprende: «Tutti questi anni… ne ho passate di tutti i colori, da quando sono comparso sui fumetti». Lo guardo, mentre l’uomo con le fattezze di Robert Downey Jr. parla di tutta la sua vita, iniziata dalla carta e consacrata ora sulla celluloide. «Su quegli albi mi hanno fatto diventare un alcolizzato, mi hanno spezzato in due, perfino ucciso!». Ride, mentre poggia la mano destra sulla maglietta. Sotto il logo dei Black Sabbath vi era il cerchio luminoso del mini reattore Arc che lo teneva in vita. Ora solo una cicatrice. «Ho lottato contro criminali internazionali, tiranni galattici… anche contro me stesso e i miei amici… eppure alla fine ne sono uscito sempre vincitore. E sempre più fico!». Mi strizza l’occhio, tornando a sorridere, beffardo e pacato. «Ho quasi sessant’anni e non ne dimostro più di trenta. Facciamo quaranta».

Tony si alza dal divano e si versa un whiskey torbato in un bicchiere. Giro il capo per seguirlo con lo sguardo e lui si ferma, spalancando gli occhi, esitando. L’aria divertita rimane anche ora, seppur mista a un velo di esitazione. «Stavo per chiederti se mi stessi seguendo, e sembra tu lo stia facendo. Molto bene».

Prosegue come se niente fosse, passeggiando per il salone: «So di essere arrogante, eppure non lo trovo un difetto così grave. È grave esserlo, quando si dispone delle mie capacità? È grave fare lo sbruffone, prendere in giro i supereroi senza macchia e senza paura? Te lo immagini, Capitan America a scuola? Primo banco, composto sulla sedia, libri in ordine, e magari la mela da regalare alla maestra».

«E poi non esistono gli eroi senza macchia e senza paura. Tutti hanno i propri difetti. Perlomeno io sono onesto». Mi alzo, lo raggiungo e cammino dietro a lui, mentre si dirige sul terrazzo. «Mi sento solo. Suona quasi comico, detto da me. Mi immagino già chi risponderebbe che non sono mai solo, con un ego come il mio. Però lo sono, solo». Guarda la costa di Malibu, appoggiato al parapetto, vuota il bicchiere e si volta verso di me. Senza capire bene il perché, mi muovo verso di lui, lo abbraccio. Percepisco il battito lievemente accelerato. Forse strabuzza gli occhi; credo sia stupito, anche un po’ preoccupato. Quando lo lascio andare, mi guarda di sottecchi, lo sguardo spalancato, l’espressione dubbiosa, poi torna quel sorrisetto e il divertimento nelle pupille. «Forse proprio solo non lo sono». Guarda il cielo, posa il bicchiere e mi indossa; in un istante siamo già in volo. Non ha ricevuto chiamate di soccorso, non ha appreso di alcuna crisi bellica sfociata in guerriglia, ma lo sa: da qualche parte, sicuramente, qualcuno inerme chiede aiuto, e lui vuole esserci. È questo che ne fa un eroe.

Racconti brevi: “Il suono del silenzio”

Un pianoforte, lento e timido, prende a cantare. Una voce profonda, elegante, lievemente amareggiata, inizia a recitare versi intonati. Archi e chitarre acustiche accompagnano in sottofondo, mentre la melodia si dispiega, adagio, come le ali di un magnifico volatile appena destatosi dal sonno. Con improvvisa energia, il suono muta, acquisisce un colore più solenne. La voce cresce, sempre più carica di convinzione, come un uomo seduto, mesto, che di colpo si alza in piedi, determinato. Il vigore cresce, e il timbro assume una venatura roca e aggressiva, ma mai malvagia. E la quiete, triste e rassegnata, di cui l’atmosfera era impregnata durante l’incipit, muta in un meraviglioso incendio di emozioni, di speranza, di desiderio di rivalsa. Un moto d’orgoglio, una reazione veemente, un inno alla vita. Gli strumenti urlano, in estasi, la voce si innalza, rabbiosa, eppure carica di speranza, di una meravigliosa fiducia, di un fuoco vivo, abbagliante. Sale fino al cielo, squarciando le nubi, e ricacciando le tenebre nei recessi più profondi. È un momento di luce sfavillante, calda, intensa, e il cuore sussulta, raggiunto da raggi incandescenti. E poi, con la medesima repentina ascesa, la voce si quieta, e sfuma nel silenzio, accompagnata da un pianoforte che si assopisce nelle oscurità del silenzio.

(In sottofondo: Disturbed – The sound of silence)

Racconti brevi: “H.I.V. – Ho imparato a vivere”

“Sono immobile davanti al portone d’ingresso dell’ospedale. Mi volto prima a sinistra e poi a destra ma non passa nessuno. È ancora presto e la città si sta ancora pian piano svegliando. Immagino la maggior parte delle persone ancora avvolta nel tepore delle coperte del loro letto. Vorrei essere anche io ancora lì, mentre invece sono qui fermo, di ghiaccio. Una fitta nebbia avvolge i palazzi circostanti e offusca la mia mente. Il freddo penetra nelle mie ossa senza permesso. Un signore anziano mi precede e mi invita con un gesto della mano ad entrare e decido di seguire il suo consiglio. Appena varcata la soglia un grande calore invade il mio corpo prendendomi alla sprovvista, facendomi pentire di aver esagerato con gli strati. Ed eccoli lì, come fulmini a ciel sereno, sopraggiungono impetuosi pensieri, ansie e preoccupazioni. Pensavo di averle relegate in un cassetto in tutti in questi giorni, mesi passati e invece no. Riaffiorano, nuotando controcorrente, come fanno i salmoni quando risalgono la corrente di un fiume. Faccio un respiro profondo e scuoto la testa nel vano tentativo di cacciarli via, in una zona remota della mia mente. So che sono ancora lì, nascosti ad approfittare di ogni mia minuscola indecisione. Ma a differenza delle altre volte, che mi sono solo immaginato questo percorso, sono qui, sono vivo. Alzo lo sguardo sul tabellone. Sinistra, 2° piano, laboratorio di analisi, ascensore. Mi ci dirigo a passo svelto premo il pulsante 2. Non accade nulla. Riprovo. Niente. Scorgo con uno sguardo le scale fiancheggianti e decido di salire a piedi. Incrocio un’infermiera e chiedo delucidazioni. Mi dice che ho sbagliato posto. Imbarazzato e sbuffante riscendo le scale e mi dirigo verso il posto indicatomi. Apro la porta e subito un enorme brusio invade la mia quiete apparente. Gente che entra, gente che esce, gente indispettita che alza la voce. Mi accorgo di aver sbagliato in precedenza; forse non erano tutti ancora sotto le coperte. Chiedo informazioni ad una segretaria che mi indica di premere il pulsante “urgenze” sul totem. Premo, sono il numero 118, sorrido tra me, che coincidenze. Aspetto pazientemente il mio turno, lasciandomi sprofondare su una poltrona. Il display si illumina e dopo un leggero bip compare il mio numero. Mi dirigo verso lo sportello relativo dove ad accogliermi c’è una donna di mezza età, capelli corti, occhiali sul naso dalle forme tondeggianti. Le pongo la mia richiesta. Mi guarda fugacemente ed inizia a digitare imperterrita lettere sulla tastiera del proprio computer. Forse pensa che sia un drogato. Guardo il mio riflesso sul vetro che mi separa da lei: non posso darle torto. Mi consegna un foglio senza far trasparire alcuna emozione e mi indica dove firmare. Sono il signor NXX ZXX. Un signor nessuno, non esisto. Mi tocco il polso, sento i battiti, sono ancora vivo. Mi dirigo verso la sala prelievi e subito una infermiera mi chiama verso di sé indicando una poltrona blu ormai sbiadita dal tempo. Mi domanda come mi chiamo, ma non so cosa rispondere; i secondi mi sembrano interminabili. Decide di fare un passo in avanti verso di me e afferra il foglio dalle mie mani. Con un secco “ok” di risposta, capisce la situazione e procede al prelievo. Avvolge un tubicino trasparente poco sotto il mio bicipite e inserisce con estrema delicatezza la farfallina; via si incomincia. Il sangue fuoriesce copioso dalla mia vena andando a riempire a poco a poco una provetta di un rosso scarlatto e in un istante è tutto finito. L’infermiera mi toglie il tutto e mi sorride. In quel precise instante so di aver fatto la scelta giusta, per me stesso, per il mio futuro…”

In queste situazioni il risultato non conta. Conta prendere per mano te stesso e affrontare le cose. Quante notti insonni avrai passato, quante volte ti sarai sentito a disagio con chi ti sta intorno. Si dice spesso di avere il beneficio del dubbio, però i dubbi non portano ad alcuno beneficio, ma soltanto a frustrazione e logoramento. Quindi vai, spogliati dalla vergogna e indossa il tuo miglior vestito.

Marco Aiolo

Racconti brevi: “Un sogno ispirato”

Mi trovo in mare, in barca, sto pescando, lascio la barca muoversi col vento e la corrente, mi rilasso, è una bella giornata, un diversivo; la bellezza della solitudine, può trasformarsi, a volte, in una situazione molto pesante. Vedo in lontananza una vela venire nella mia direzione, è veloce, naviga di bolina, é ben condotta, la scia è dritta, risalta nel blu cobalto del mare di tramontana. Le vele sono tese, sento le sartie fischiare, le drizze in tono minore, osservo con invidia, é veloce, mi si affianca, un attimo e si allontana, é silenziosa, solo un fruscio indimenticabile, quasi un miraggio. Al timone una splendida dea, mi regala solo uno sguardo e un gesto ieratico di saluto con la testa, è bella, tiene la ruota con grazia, ma forza, il suo sguardo corre avanti oltre l’orizzonte, al futuro. Sono rimasto impietrito, una visione, guardo i suoi lunghi capelli neri sventolare in lontananza, poi mi giunge una voce, troppo speciale per essere portata dal vento, mi suona dentro, mi dice: “raggiungimi, sarò tua per sempre”. La mia barca è pesante e la corrente forte, devo remare verso terra, poi mi sveglio e mi affaccio al balcone……vedo una vela lontana.

Sandro Emanuelli

Racconti brevi: “Pazzie in Polonia”

Nel ventennio degli anni ’80/’90 sono stato frequentemente in Polonia con l’Agente dell’azienda per cui lavoravo, un mio caro amico. La Polonia è un Paese che ho sempre amato e che visitavo volentieri, per la simpatia degli abitanti, grandi lavoratori, grandi bevitori, grandi combattenti. Ho sempre ammirato l’eroismo della cavalleria polacca contro i tedeschi invasori, Solidarnosh, la bontà che traspirava da Giovanni Paolo II e tanto altro. Ogni cliente nuovo che visitavamo diventava un amico, con relative mangiate e bevute e tanta confidenza, con scherzi, battute e brindisi vari. Una mattina alle nove, visitiamo un cliente già amico da anni, era decisamente un po’ brillo; la mia prima domanda fu: “Scusami, è l’ultima sbronza di ieri o la prima di oggi”? Mi accompagnarono una volta a visitare una distilleria dove preparavano un’ottima vodka, di diverse composizioni, tra i vari prodotti, c’era anche la vodka “kosher”, che gli ebrei potevano bere. Per amore del sapere, chiesi cosa comportava come differenza creare il prodotto “kosher”. Mi fu risposto che esisteva un rito di preparazione e che la materia prima (il luppolo) doveva essere toccata per il lavaggio solo da ragazze vergini e che c’era un rabbino che si occupava solo di certificare questo. Naturalmente mi proposi come assistente rabbino assunto in prova, vista l’avvenenza delle operaie addette…

Andai in pellegrinaggio al Santuario della Madonna Nera, a Czestochowa, venerata dal Papa. La cittadina si trova sulla strada percorsa dai TIR trasportatori di carni che arrivano dal confine sovietico per andare a scaricare in Europa. Gli autisti si fermavano nella cittadina per dormire e i vari alberghi, alberghetti e pensioni erano sempre pieni di gente perché vi soggiornavano le donnine allegre che si prendevano cura dei camionisti. Prima di entrare nel santuario, mi fu raccomandato di tenere una mano sul portafoglio e l’altra sul davanti, non si può mai sapere… Visitai anche il campo di Auschwitz, una tristezza. Una sera un amico mi disse che invidiava noi italiani per le reti stradali, in Polonia non erano ancora complete. Gli ricordai che i tedeschi già nel 1939 avevano costruito una bella strada che andava dal loro confine ad Auschwitz; forse bastava spargere la voce che a Danzica le famiglie di origine tedesca erano maltrattate e subito i tedeschi avrebbero fatto una autostrada, magari percorribile con i carri armati… Non vi dico le risate… Ma credo che il fatto più saliente fu un intervento che facemmo al di là dei limiti del nostro lavoro. Tutto da raccontare. Visitando una grande fabbrica, già nostra cliente da anni, fummo portati di fronte al Consiglio d’Amministrazione che trovammo in stato di preoccupazione acuta. Correva voce che lo Stato avesse in mente di vendere a una ditta inglese il terreno occupato dalla fabbrica, per farne un nuovo quartiere abitabile. I dirigenti della fabbrica erano preoccupati di perdere il posto di lavoro: c’era ancora il regime comunista e non potevi metterti a discutere le decisioni dello Stato.

Mi chiesero consiglio: memore di quello che succedeva in Italia, proposi di occupare la fabbrica, con scioperi vari e bandiere rosse. L’idea attecchì; andai inoltre alla sede della società inglese possibile acquirente e confusi le acque con molti discorsi assurdi. Stranamente questa mossa ebbe successo: lo Stato rinunciò alla vendita e fui festeggiato con un bella cena insieme al Consiglio d’Amministrazione. Ma non passavo la giornata a divertirmi, lavoravo sodo, qualche volta la sera mi sollazzavo. Una sera in un casinò, in albergo, ebbi una fortuna sfacciata, un turista italiano, anziano con consorte, che giocava vicino a me e registrava tutti i numeri usciti, sbottò dicendo che non era possibile e mi chiese che sistema usavo; tranquillamente gli risposi “il culo”! Non ho scritto della bellezza delle donne polacche; ho una foto di circa 40 anni prima, seduto a tavola con la contessina Maria De Zwalewska, allora eletta Miss Muretto di Alassio, una meraviglia… Gli amici quando venivano in Italia in ferie mi portavano un secchio di aringhe, ne ero golosissimo sia fresche, crude all’ammiraglia sia inscatolate. Purtroppo con il procedere degli anni, non ho più aringhe né vodka kosher in casa…

Sandro Emanuelli

Racconti brevi: “Appunti algerini”

Ho scritto già di viaggi nei vari Paesi del mondo; erano racconti in cui descrivevo quello che vedevo, oggi scriverò quello che sentivo, ossia le mie impressioni. Inizio in ordine alfabetico, partendo dall’Algeria, dove ho passato diversi mesi negli anni ’70 e ’80. L’azienda in cui prestavo servizio, aveva uffici locali con impiegati algerini e spesso mi fermavo a dormire in una stanza dell’ufficio adibita ai soggiorni d’emergenza. Avevamo automobili in dotazione, per cui viaggiavamo moltissimo; l’unica cosa negativa era la targa della macchina di colore nero. C’era il rischio di essere confusi per francesi… smisi di volare con i voli interni dopo alcuni spaventi tremendi, preferivo affrontare ore di guida nel deserto in fuoristrada; andavo spesso a Orano, la prima volta la segretaria mi prenotò il miglior albergo.

Entrato in camera e in bagno, rimasi di sasso: tutti i sanitari, inclusa la vasca da bagno erano di color marrone/feci e l’odore che vi aleggiava confermava le supposizioni degli occhi. Ma non era tutto così squallido: parlando con degli algerini mi dissero che si erano divertiti a evirare i prigionieri francesi….la foto della Regina dei Touareg, che si trova al Museo del Bardo, per me rappresenta una delle donne più belle che abbia mai visto. Gli algerini mangiano i montoni, a un amico di Bergamo servirono una svizzera di montone! Però c’erano triglie che pesavano sui 3 etti e abboccavano all’amo senza esca! In Algeria ho mangiato una buonissima “baguette” e ho trovato il vino rosato e bianco buonissimi. Le donne erano tutte tatuate ma agli occhi avevano un trucco perfetto. La città di Algeri poi assomiglia molto a Genova, c’era una passeggiata a mare che era favolosa…

Sandro Emanuelli

Racconti brevi: “Un avvenimento inaspettato”

Indubbiamente uno di quelli che accadono una sola volta nella vita: non te ne accorgi finché qualcuno, magari involontariamente, ti fa riflettere, allora pensandoci sopra ti rendi conto che tanti piccoli avvenimenti si concatenano, fino ad apparire come tessere di un mosaico della vita formato da un solo disegno, a volte iperscrutabile. Sono le ore 03.25 e sto scrivendo in piedi, con l’iPad posato sulla cuccetta superiore della mia cabina; non c’è collegamento internet e il GPS mi dice che abbiamo da poco doppiato Capo Corso, in quel lembo di terra della Corsica che assomiglia a un dito indice proteso verso la mia Genova, che ho lasciato alle 18.00 a bordo del traghetto “Aurelia” diretto alla mia terza patria d’adozione (la seconda è Hong Kong) Carloforte, nell’isola di S.Pietro, l’isola più a occidente d’Italia, un piccolo fazzoletto d’Eden buttato in mezzo al Mediterraneo, che ho eletto a mia residenza in attesa dell’ultimo viaggio. Dopo ben quattro anni di lontananza, mi sono precipitato per assaporare la nascita della piccola Claudia, un roseo batuffolino dai capelli neri, capolavoro di mio figlio e mia nuora, giunta tra noi la notte del “Thanksgiving day” per ricordarci che non dobbiamo mai dimenticare il miracolo della vita. Tenerla in braccio, vezzeggiandola, mi ha riportato alla memoria di quando divenni padre: guardando il mio Lorenzo per la prima volta dietro la parete a vetri dell’ospedale, ero convinto che mi avesse sorriso non appena visto, dimenticando che i piccini appena nati non vedono a distanza…. In queste due settimane di celebrazioni, ho incontrato spesso dei vecchi amici, purtroppo qualcuno ci ha già lasciato, ma sono sicuro che il Fato tiene conto di ciò quando ci invia dei nuovi personaggi, come la mia principessina Claudia, a mitigare il dolore che proviamo per chi ci ha lasciato prematuramente. Incontrando una vecchia (si fa per dire) amica, ho avuto lo spunto a scrivere queste poche righe: mi sono convinto che esista, tra uomo e donna, uno stadio intermedio tra amicizia e amore, che appaga il desiderio, che ognuno ha, inconsciamente, di sentirsi vicino, anche solo telematicamente, qualcuno di cui siamo sicuri che non ci tradirà mai, nemmeno con il pensiero. Questa dolce amica, credo che questo sia l’aggettivo più adatto per descriverla, è molto sensibile e, vista con l’occhio del fotografo, è molto bella con un corpo splendido.

La dolcezza si riscontra non solo nelle sue parole o nei gesti, ma dallo sguardo, leggermente ironico positivamente, suscita ondate di benessere quando s’incontra e s’intreccia con il tuo, aprendo un dialogo muto ma senza limiti d’espressione. Anche lei ama Carloforte, da anni, e per farle cosa gradita ogni mattina le invio la foto dell’alba, con qualche parola di commento; abbiamo così un breve dialogo che si protrae per tutto l’anno. La cosa strana e bella contemporaneamente, è che lei dalle mie parole riesce a desumere il mio stato d’animo, intervenendo immediatamente con qualche commento costruttivo di risposta; ma lo stesso succede anche a me: riesco a capire il suo stato d’animo e mi adopero subito per farla star meglio. Quando ci siamo incontrati per passare insieme qualche ora, tra noi c’è stato un abbraccio, di quelli veri, non quelli ridicoli da pantomima a distanza di sicurezza: l’ho stretta a me e lei ha fatto altrettanto, compatibilmente con le mie dimensioni.A pranzo, un’altra sorpresa: la mia amica è piuttosto speciale nella scelta del cibo e mi ero preparato a fare un piccolo sacrificio per adeguarmi, ebbene, anche lei ha avuto lo stesso pensiero e abbiamo consumato un bel pranzetto di comune accordo in un locale meraviglioso sul mare. Parlando, mi ha detto di essersi fidanzata da un anno, scherzando le ho detto che se avessi immaginato che era libera, sarei tornato prima….Le ho scattato qualche ritratto, con le varie espressioni che conosco bene, le ho mandato subito le foto e lei ha particolarmente gradito quella in cui siamo insieme, piace anche a me. Purtroppo le cose belle finiscono sempre troppo presto: ci siamo salutati con un altro vero abbraccio e mi sono fermato sulla strada a guardarla allontanarsi, ogni tanto lei si girava e mi salutava agitando la mano, finché non è salita sul bus che la portava al lavoro.Non era passata un’ora dalla sua partenza, che mi arriva un suo SMS, mi dice che allontanandosi e vedendomi lì, fermo, a guardarla andar via, le era venuto il magone con le lacrime agli occhi, le rispondo che lo stesso era successo a me! Oggi, inaspettato, mi è arrivato un altro SMS in cui mi augurava buon viaggio, lo sarà sicuramente, con il tuo augurio……Ora sono le 05.22, fra un poco sorgerà il sole e voglio proprio fotografarlo, accompagnato nella mente dalle parole di una vecchia canzone “Alba sul mar, è una canzone romantica, che il marinar canta con voce nostalgica….”. Sarà opportuno poi che io cerchi di riposare almeno un’ora, mi attende una guida di 350 Km e con la piaga che ho nella gamba destra non è un divertimento, ma almeno sarò libero di pensare alla mia principessina, agli amici, alle persone care e al mio paese…..E non prendetemi in giro se mi commuovo, dopo una vita di batoste combattute all’ultimo sangue, un pizzico d’amore col contorno di simpatia e tanta dolcezza, rallegrano la vita e fanno commuovere anche Sandrokhan, l’Ultimo Avventuriero…

Sandro Emanuelli