“Voci sul Palco R-Evolution” la Finale

Grande successo di pubblico e forti emozioni hanno accompagnato la serata finale del Concorso Canoro “Voci sul Palco R-Evolution“, svoltosi a Verrua Savoia (TO), il 17 novembre u.s.

Ad ospitare il Festival, la suggestiva location di Villa Bianco, grazie ai responsabili, Carlo e Cristina. Ideatore del concorso è Beppe Bordonaro, il quale, insieme a Monica Quilico, ne ha curato la Direzione Artistica, che quest’anno è arrivata alla sesta edizione.

La Giuria insieme ai Direttori Artistici. Da sinistra: Fausto Cerri, Jacopo Garimanno, Beppe Bordonaro, Fabrizio Bugada, Veronica Iannotti, Mattia Garimanno, Monica Quilico.

Sedici i concorrenti in gara, i quali dopo aver superato le semifinali del 28 ottobre, si sono sfidati sotto l’occhio attento della Giuria di Qualità, formata da: l’ex dj radiofonico di Radio Chivasso International, Fausto Cerri, la giornalista Veronica Iannotti, Direttore di Real Press, facente parte della Giuria della Stampa del Festival di Sanremo, Mattia Garimanno, Responsabile Studio Recording di Cavagnolo ed insegnante di batteria, Jacopo Garimanno, chitarrista dei Last Floyd. La Giuria è stata presiediuta da Fabrizio Bugada, già Presidente di altre tre Edizioni del Festival.

Il podio è stato conquistato da Daniele Setteducati, che ha interpretato un brano di Fausto Leali, “Mi manchi”, seguito al secondo posto, da Andrea Musumeci con “New York, New York” di Frank Sinatra, e Alice Ulla, terza classificata, con il brano “Meraviglioso amore mio”, di Arisa. 

“Siamo ancora frastornati dal successo della manifestazione canora e stiamo realizzando alcuni progetti che in tempi brevi cercheremo di pubblicare – commenta il Direttore Bordonaro – voglio nuovamente ringraziare tutti gli artisti in gara, e tutti coloro che hanno collaborato alla riuscita del Festival”. Loris Salassa e Marilisa Cirillo, hanno presentato la serata, mentre in qualità di ospiti, si sono esibiti Gianna Facta e i Cliclimber. Responsabile della segreteria, Barbara Antonazzo, fonico della serata, il tecnico Riccardo Tugnolo.

Ecco l’elenco, in ordine casuale, di tutti i partecipanti al Festival:

Francesca Fenderico, Erica Ferraris, Tamara Mannias, Simona Scura, Ombretta Rilievi, Stefano Lesca, Massimiliano Martone, Mariarita Ciampà, Alessandra Zammillo, Stefania Secchieri, Silvana Fenderico, Andrea Armocida, Anna Federico.

 

 

Marilyn Manson – “Heaven Upside Down”: La recensione

La complessità di Marilyn Manson è qualcosa che porta sempre a discuterne, sia si tratti della coreografia (dentro e fuori dal palco), che delle sue produzioni musicali. Questo nuovo “Heaven Upside Down” è un lavoro articolato e che incarna perfettamente la multipla identità di Brian Warner. Piaccia o meno, Il Reverendo ha saputo creare un’immagine forte, controversa, e che ha permesso di parlarne sempre, nel bene e nel male.

L’uscita di questo suo nuovo lavoro è giunta dopo lunghissime attese, annunci e rinvii, comprese congetture e smentite sul presunto nome che sarebbe stato attribuito al full length; alla fine, ad ogni modo, eccolo qua, “Heaven Upside Down”, lavoro arduo da descrivere, specchio della complessa personalità di un artista intelligente e poliedrico.

Apertura affidata a “Revelation #12”, un pezzo che ci riporta alle sonorità urlate del Manson di “Antichrist Superstar”, rabbioso e angosciante. Ritroviamo le atmosfere di “Mechanical Animals” in una bellissima “Blood Honey”, un lento incedere in cui si percepisce la malinconia rugginosa che fa parte del carattere sfaccettato di Manson.

È in questa maniera che l’intero album si snoda: un ibrido ottenuto dall’unione degli stili che l’artista ha adottato durante la propria carriera, mutando in sé stesso di continuo. “Heaven Upside Down” è Marilyn Manson che si specchia in Brian Warner: l’androgino e mostruoso anticristo si guarda nella propria immagine riflessa, quella di un uomo vestito elegantemente, i capelli ben pettinati, gli occhi di un solo colore. Eppure, in tutta questa ambivalente metamorfosi, rimane inalterato il moto di condanna verso una società marcescente e violenta.

“WE KNOW WHERE YOU FUCKING LIVE” riporta ancora le sonorità degli anni ’90, ed esprime, con sferzante chiarezza, le utopiche convinzioni di libertà distorte, a cui segue il caos e la violenza di panorami che ricordano, nel testo, i recenti fatti di Las Vegas; neanche a farlo apposta, l’uscita di questo LP cade in un momento tale da enfatizzarne ulteriormente le tematiche. Un brano forte, il cui titolo, come altri, è scritto completamente in maiuscolo, a sottolineare il tono “urlato” con cui viene proposto.

“Tattooed In Reverse” è un brano grottesco, che pare volersi rifare alla bellissima “The Dope Show”, scimmiottandone il ritmo; forse uno dei pezzi meno riusciti dell’album, che non coinvolge completamente.
Anche “JE$U$ CRI$I$” mostra un sound un po’ incerto e confuso, con un cambio di ritmo troppo repentino e disarmonico, che non lo rende particolarmente esaltante. La title track è un brano con sfumature melodiche, il cui ritmo orecchiabile lo porterà probabilmente ad essere proposto in radio nei prossimi mesi, mentre era già conosciuta “KILL4ME”, secondo singolo lanciato in anteprima e dalle sonorità ibride che hanno permesso il lancio del nuovo album rimanendo connesso al precedente “The Pale Emperor”.

Dallo stesso nono album fuoriesce il profilo di “SAY10”, gran bel pezzo che vanta ritmi crescenti, partendo da un incipit quasi immobile, da un sussurro, e che via via prende sempre più potenza, con rabbia esplosiva, si ferma e riprende ancora, più feroce.
“Saturnalia” mostra ancora le tinte più recenti dipinte dal Reverendo, attraverso sonorità elettroniche e un incipit lento e cupo, in crescendo: otto minuti di canzone sono forse troppi da proporre, tuttavia scorrono piuttosto bene attraverso atmosfere ovattate, dal ritmo sì molto lineare, eppure accattivante.
La chiusura è affidata a “Threats Of Romance”, brano dal vago sapore blues in alcune sue parti: melodico e lento, nasconde attraverso le note tranquille una ferocia che divampa solo alla conclusione, attraverso le urla con cui Manson termina la performance.

“Heaven Upside Down” è un buon album, non uno dei migliori, ma che mostra comunque complessità molto articolate: un singolo ascolto non è sufficiente per consentire di recepirne tutte le sfumature, così come non basta sentire distrattamente un brano di Marilyn Manson, o dedicargli un fugace sguardo, per comprenderlo appieno: la sua figura, la sua musica, rappresentano la duplice identità di una società che ipocritamente si definisce civile, si atteggia a gente evoluta, ordinata, ma che nasconde un grottesco e violento animo, il quale scaturisce all’improvviso, con ferocia, urlando il proprio disagio e ostentando il proprio agghiacciante volto.

Hey Chris, io continuo a premere “Play”

Questo CD ha più di vent’anni. Sembra nuovo, tanto è ben tenuto, questo perché i dischi li tratto come reliquie. Me li sono sudati, i Compact Disc: facevo i lavori più disparati per prenderli, e quando ne avevo la possibilità, via al negozio di dischi. Costavano più delle cassette, ma sapevo che sarebbero durati negli anni, a dispetto dei nastri, che, tra l’altro, mi si svolgevano sempre in stelle filanti brune, e allora dovevi andare giù di matita per riavvolgerli.

Di anni ne sono passati, e il tempo cambia irrimediabilmente le cose: il negozio in fondo al Corso, il “Master Dischi”, è sparito da tempo. Lì andavo a spendere i miei pochi soldi in un compact dei Queen, in un album degli Iron Maiden, talvolta “toppando” sulla scelta, come quando presi il CD omonimo dei Blur, solo perché c’era “Song 2”. Mica c’erano Spotify e You Tube per il preascolto: te li dovevi prendere a scatola chiusa, magari potevi essere fortunato e ascoltarli in cuffia in negozio, e allora era manna dal cielo, ma di norma era un terno al lotto.

Questo disco, comprato nell’inverno del ’96, mi colpì, nella sua interezza: lo presi per una canzone, come mi succedeva sovente; lo acquistai per “Pretty Noose”, ascoltata su MTV (quando MTV faceva musica e non spazzatura chiamata “reality”); quella voce… così strana… mi aveva toccato all’istante. Sentivo il timbro di Cornell salire distorto in un urlo che vomitava un dolore palpabile e rabbioso. Lo avvertivo crescere nella quieta tonalità di “Blow Up the Outside World”, prima di esplodere di botto, nell’acuto strillato del ritornello.

Chris Cornell l’ho visto e sentito sempre così: un urlo ferito e sofferente, anche nelle esecuzioni che in apparenza non avevano nulla di triste; sia che fosse “You Know My Name”, apertura del bellissimo film “Casino Royale”, sia che fosse nella cattiva “Rusty Cage”, in “Kickstand” in “Flower” o in “Black Hole Sun”. Un grido che mi ha sempre stretto il cuore senza ferirmi, in un concerto di emozioni agrodolci, da cui impossibile staccarvisi, sia che cantasse con i Soundgarden, con i Temple of the Dog o con gli Audioslave: era lui a conferire l’essenza di quel sound, attraverso la sua voce unica, da me una delle più amate.

Di come mi abbia colpito la notizia della sua scomparsa, delle dinamiche… non ne voglio parlare, e non importa. Non m’interessa nulla di tutto ciò, tolto lo stupore iniziale. Rimane la voce: quella, nonostante tutto, non va via. La ritrovo nel disco preso 21 anni fa, che riascolto ancora una volta, non più con il lettore CD “portatile”, ma sempre cuffie in testa. La ritrovo in ogni brano che mi ha accompagnato e che continuerò ad ascoltare in loop insieme a tutti quelli di tanti altri artisti a me cari. E mi immergo nel suono rabbioso e sofferente di quella splendida voce graffiata, di quelle chitarre ovattate e del sound piacevolmente cupo che mi ha accompagnato per più di due decenni. E adesso, nonostante tutto, ancora una volta, sorrido e spingo “Play”.

Masini: il live report del concerto di Milano

Musica, parole e umorismo. Questa è la sintesi dello show di Marco Masini, “Spostato di un secondo Live”, avuto luogo lo scorso 7 maggio al Teatro Linearciak di Milano.

Una copiosa affluenza di pubblico ha accolto il cantautore toscano, con intensa partecipazione e grande affetto durante l’intera manifestazione: quasi due ore durante le quali Masini ha esibito una performance appassionata e coinvolgente, alternando i brani del repertorio classico alle composizioni più recenti.

Lo show è stato anche allietato da alcuni simpatici intermezzi, durante i quali il cantante ha scherzato con i presenti, sfoggiando un umorismo accattivante e conferendo alla serata un’atmosfera leggera e serena.

Al teatro si è raccolto un pubblico molto eterogeneo, costituito da persone di tutte le età, a testimonianza dell’ampio ventaglio di appassionati che il cantante attira a sé attraverso la propria musica. L’entusiasmo è stato tale che i fan, inizialmente distribuiti sulle poltrone della platea, via via si sono trovati raccolti a ridosso del palco, in piedi, ad acclamare il proprio beniamino, il quale è stato prodigo di riconoscenza nei confronti di coloro che con tanto affetto lo seguono ovunque da tempo.

Oltre alle note canzoni dell’artista fiorentino, tra cui “Le ragazze serie” e “Ti vorrei”, un’intensa esecuzione del brano dello scomparso Giorgio Faletti, “Signor Tenente”, ha catturato il pubblico, suscitando parecchia emozione.

“Questa città mi ha dato sempre tanto, per cui sono sempre molto felice di essere qui” ha annunciato dal palco, raccogliendo la risposta calorosa del popolo milanese, il quale lascia il teatro dopo circa due ore di show intenso, ricordo memorabile per ogni fan presente alla serata.

Il Masini che si conosceva un tempo, “disperato”, un po’ cupo, ha ceduto il palco a un uomo maturo che ostenta una sicurezza e un temperamento solare a tratti contagioso, sia nell’esibizione canora che nella pura presenza scenica, attraverso un comportamento socievole e scherzoso. Sono questi i punti di forza di un Marco Masini più solido e spigliato, in grado di suscitare simpatia e apprezzamenti anche da parte di chi non sia esplicitamente suo fan.

“Ti racconto di me”: la videointervista a Marco Masini

La videointervista a Marco Masini. Seguici sul nostro canale You Tube

Pain of Salvation – In the Passing Light of Day: la recensione

Lo scoro 13 gennaio è uscitoIn the Passing Light of Day”, decimo studio album dei Pain of Salvation, band prog metal svedese che, attraverso questo lavoro, conferma ulteriormente le proprie peculiarità: una sperimentazione sonora senza requie e una giustapposizione di ritmiche contrastanti, che portano un combattuto concerto emozionale nell’ascoltatore. Vi è da dire che la coerenza dei Pain of Salvation sta proprio nel desiderio persistente di sperimentare, di realizzare concept: seppur gli ultimi lavori non siano stati universalmente apprezzati, è giusto considerare che intraprendere strade inesplorate sia un gesto coraggioso e degno di stima.

Le tematiche di questo nuovo LP nascono dal duro percorso intrapreso dal leader Daniel Gildenlöw, reduce da una lotta contro la fascite necrotizzante, contratta nel 2014. I ritmi si intersecano, si intrecciano in passaggi melodici, talvolta talmente lenti da rasentare l’immobilità, solo per irrompere in riff potenti e rabbiosi: un’alternanza che squassa l’ascoltatore, dipingendogli di fronte un antitetico quadro di sensazioni che stringono il cuore, si affievoliscono e improvvisamente avvampano in un’ondata di energia a tratti brutale. È questa l’identità dei Pain of Salvation, racchiusa fin nel nome assunto dalla band alla sua fondazione: un contrasto netto e talmente vibrante da assumere un equilibrio naturale. “In the Passing Light of Day, porta l’ascoltatore in un vortice di emozioni che sono un attimo quiete, quasi rassegnate, e immediatamente dopo divengono decise e rabbiose. Ciò si avverte pienamente in “Full throttle tribe”, un brano in cui le angosce dovute alla malattia si susseguono assumendo forme diverse: rabbia e mestizia nell’impotenza di un letto d’ospedale.

“Angels of Broken Things” rappresenta un esempio del ritorno alle sonorità apprezzate in album come “Remedy Lane”: assoli di chitarra si contrappongono a un ritmo lento e distaccato, sottolineando ancora una volta i chiaroscuri tipici dei Pain of Salvation. Le atmosfere cupe dipinte dalle tastiere nell’incipit di “The Taming of a Beast” si accompagnano al cantato docile di Gildenlöw, solo per sfumare in brutali passaggi ringhiati con rabbia disperata. Un furore che si accresce ulteriormente nella toccante “Is this the End”, caratterizzata da una persistente angoscia, un dolore che si dibatte come una bestia ferita, spingendo e scalciando per uscire attraverso riff martellanti e urla strazianti. Una pena squassante, che toglie le energie, portando voce e strumenti a rallentare di colpo, a fermarsi, a prendere fiato prima di una nuova intensa ondata di dolore.

“In the Passing Light of Day” è un album estremamente complesso, carico di emozioni devastanti che trascinano l’ascoltatore in un percorso lungo e travagliato. Si tratta indubbiamente di un grande lavoro, genuino e sinceramente sentito in ogni sua sfumatura. In ogni brano si percepiscono le emozioni provate da Gildenlöw, rendendo l’ascoltatore totalmente partecipe: un autentico diario musicale su patimenti e paure, eppure sempre venato da reattività, rabbia e desiderio di reagire.

Produrre lavori musicali articolati può essere molto pericoloso: il rischio è quello di incorrere nell’incomprensione di chi ascolta, pertanto è fondamentale conferire un’impronta immediatamente riconoscibile. Si tratta di un’impresa decisamente impegnativa, il cui successo è tutt’altro che garantito. In tutto ciò i Pain of Salvation riescono con grande efficacia, sapendo disegnare con note e parole un percorso difficilissimo, reale, crudo e senza artefatti. Un album che rappresenta in maniera completa e fedele il senso del nome stesso della band: il dolore della salvezza, il cammino alla mercé di intemperie e terreni accidentati, tenendo ben stretta tra le mani sanguinanti la propria vita.

Ascolta “In the Passing Light of Day” su Spotify

Metallica – Hardwired… to Self – Destruct: la recensione

Per un artista la propria affermazione rappresenta indubbiamente un traguardo cardinale nella carriera, e il suo raggiungimento può essere un’arma a doppio taglio. Alcuni musicisti, una volta ottenuto un grande riscontro, con il tempo hanno rischiato di lasciarsi cullare dalla propria notorietà, tralasciando ispirazioni e finendo per “vivere di rendita”. Come in ogni realtà, anche in quella musicale il tragitto nel corso del tempo permette di osservarne la continuità e di analizzare i cambiamenti che un musicista ha compiuto su sé stesso e sul proprio lavoro.

I Metallica si sono indubbiamente consolidati nel tempo, ed hanno contribuito a distribuire il metal in un panorama più ampio, permettendo, insieme ad altri illustri nomi, di far avvicinare a una parte del genere un pubblico altrimenti completamente distante.

Il 18 novembre è stato rilasciato “Hardwired… to self-destruct”, decimo studio album della band di Los Angeles, un ritorno dopo otto anni di silenzio nelle sale di registrazione.

Il nuovo album è ricco di energia, ma di difficile interpretazione. Alcuni bei riff di chitarra, pieni e aggressivi, come in “Now that we’re dead”, non particolarmente elaborati, ma di presa e coinvolgenti; bella canzone che inizia molto bene, ritmata e aggressiva, in cui si sente tutta la band darci dentro, senza esagerare, ma con piglio deciso e polso fermo. Nel complesso il disco si snoda attraverso un sound a metà tra il rock duro e il metal; un paio di tracce non entusiasmanti, ma nell’insieme il lavoro presenta tanta energia. Purtroppo l’inventiva non è al massimo: i Metallica hanno saputo proporsi in vesti differenti nel corso degli anni, suscitando sempre un crescente apprezzamento, tuttavia non vi è nulla di rivoluzionario in questo lavoro che possa renderlo un capolavoro. “Hardwired” ricorda una rivisitazione di “Battery”, e, seppure la sua esecuzione sia coinvolgente, esso ricorda troppo la traccia di apertura di “Master of Puppets” per non lasciare l’ascoltatore perplesso. “Manunkind” prende atmosfere molto rock, sullo stile di “Load” e “Reload”; non male, anche se forse eccessivamente lunga, risultando un po’ dispersiva. “Spit out the bone”, come altri pezzi, ricorda qualcosa dei precedenti lavori dei Metallica: inizio veloce, sullo stile dei brani di “Kill’em all”, si snoda attraverso riff veloci e sezione ritmica più concreta. Bel brano che rende giustizia al nome dei Metallica, e coinvolge l’ascoltatore riportandogli atmosfere passate, e tuttavia senza voler ricopiare qualcosa di già scritto. “Here comes revenge” mostra un incipit molto bello e drammatico, proseguendo in un sound aggressivo, che riporta lievemente ad alcune sfumature di “Death Magnetic”. Il brano “Murder One” è stato scritto per onorare la memoria del frontman dei Motorhead, Lemmy; un inizio bello e di personalità, con atmosfere che prendono corpo, ma che purtroppo si perdono dopo la metà, rendendo l’ascolto un po’ ripetitivo e ridondante.

“Hardwired… to self-destruct” si presenta come una voce prepotente a richiamare l’attenzione su una band che ha fatto la storia del metal, apparentemente con l’intenzione (voluta o meno) di riprendere gli stili adottati nel corso della carriera. Il disco si sostiene su Hetfield, inossidabile frontman del gruppo: chitarra rombante e voce graffiante. La batteria di Urlich, oggettivamente il punto debole dei Metallica, si riscatta parzialmente in alcuni brani che compongono quest’opera.

Un album che può essere considerato come un tentativo di tornare a tempi andati, ricco di energia e, seppure carente d’inventiva, mostra una certa grinta. Pecca un po’ di dispersività su alcune tracce, una cui maggior brevità avrebbe potuto renderne l’impatto molto più significativo.

Dopo il lancio dei dimenticabili “st. Anger” e “Lulu”, e performance live che hanno lasciato l’amaro in bocca negli spettatori, l’uscita di questo lavoro è stata accolta con un po’ di scetticismo, e il primo impatto lascia piuttosto disorientati. L’ascolto non è facilissimo, a causa delle sonorità molto diverse, che paiono non portare l’identità dell’album verso una direzione precisa.

“Hardwired… to self-destruct” necessita di un esame attento, e un solo passaggio non è sufficiente per capirlo appieno. È un album da ascoltare e riascoltare, per poter coglierne le sfumature, finendo per apprezzare alcuni brani e aborrirne altri. Un buon lavoro, complesso; una sorta di “antologia stilistica” in cui i brani richiamano grandi successi del passato, senza essere nostalgici e procedendo comunque al passo con i tempi.

Ascolta “Hardwired… to Self – Destruct” su Spotify

Dark Tranquillity – Atoma: la recensione

Creare un genere musicale nuovo è qualcosa di rivoluzionario: un percorso non privo di ostacoli, primo tra tutti il pregiudizio delle masse, il quale sovente tende a respingere troppo frettolosamente qualcosa che meriterebbe più attenzione.

Nel panorama metal vi sono state numerose evoluzioni che hanno originato sottogeneri talmente differenti tra loro da renderli equiparabili a correnti musicali distinte. La Svezia ha mostrato, forte di un’apertura mentale senza paragoni, capacità creative e tecniche ormai riconosciute in tutto il mondo. Artisti dotati di spiccata fantasia e tecnica hanno realizzato generi unici, attingendo da contesti musicali differenti, agli antipodi, miscelandoli in un insieme perfettamente armonico.

I Dark Tranquillity rappresentano un illustre esempio di pionierismo musicale, portando alla luce il Melodic Death Metal, conosciuto anche come Gothenburg Sound, in onore della città a cui appartengono i loro fondatori.

La loro forza, oltre a quella di creare qualcosa di nuovo, è stata anche di saper adattare le sfumature del proprio stile con il passare del tempo, pur mantenendo inalterato il carattere che li contraddistingue. Dall’esordio di “Skydancer” del 1992 si è dispiegato un lungo cammino di cambiamenti, immortalati in grandissimi lavori del calibro di “Character”, “Haven” e “Fiction”, enfatizzando la vena cupa e malinconica che questo genere esprime, incastonata nel sound rabbioso e antitetico che il melodeath mostra.

Tre anni fa uscì “Construct, autentico capolavoro della band, in cui le sonorità oscure e malinconiche assumono una tinta ancor più cupa, venata da un’atmosfera sospesa e quasi onirica. Lo scorso 4 novembre è stato rilasciato “Atoma”, a confermare lo stile creato e promulgato negli anni dal quintetto svedese, il quale, nonostante gli avvicendamenti in formazione, ha mantenuto integra la propria identità, rafforzandola con l’esperienza e il talento tecnico.

“Atoma” mostra fin da subito continuità stilistica con i predecessori, in particolare il forte legame con le sonorità assunte in “Construct”: dodici tracce di potenza metal e malinconia melodica disegnano intorno all’ascoltatore l’atmosfera oscura, decadente e quasi surreale tipica dei DT.  Passaggi di voce in clean del cantante Mikael Stanne si alternano al predominante growl, unico nel suo timbro, graffiante e rabbioso.

La title track è uno dei pezzi migliori: inizio sincopato di tastiere, a cui vanno dietro gli altri strumenti, conferendo corpo al ritmo sostenuto del brano. Stanne alterna il cantato pulito al growl, contrapponendo la sfumatura melodica a quella metal, in un vortice di emozioni diverse, eppure perfettamente amalgamate.

In “Force of hand” la frenesia sale vertiginosamente a ritmi serrati, dopo un incipit lento, quasi intontito. La sezione ritmica martella con veemenza, le chitarre ringhiano aggressive; le tastiere, che nella parte iniziale conferivano una patina eterea, si uniscono in un sound veloce e violento, il quale immediatamente sfuma nella melodia, contrapponendo nuovamente le due facce di cui il genere è costituito.

Dodici brani ricchi di personalità, costruiti con sapienza ed eseguiti con maestria. “Atoma” rende perfettamente nitido il dipinto creato dal Gothenburg Sound, un Giano bifronte massiccio, talvolta brutale, eppure istoriato da passaggi melodici e malinconici, addirittura delicati. Un’espressione di ambivalenza emotiva: rabbia e ferocia fuse in malinconia e sensibilità, attraverso testi ringhiati e riff selvaggi, che mutano di colpo in suoni lenti e ovattati.

I Dark Tranquillity aggiungono un altro diamante alla loro collezione di opere, dando alla luce un gran bel lavoro, meritevole di un ascolto attento, senza distrazioni, al fine di apprezzare le sfumature dei passaggi articolati. La band di Göteborg non ha perso tempo ed è già in tour negli USA, riscontrando un successo ormai consolidato. Noi speriamo in una tappa italiana, visti anche gli enormi successi dei live precedenti nella penisola, e nel frattempo assaporiamo le complesse melodie antitetiche di “Atoma”.

Ascolta “Atoma” su Spotify

In Flames – Battles: la recensione

Nella musica, così come nella vita, le strade percorse sono sovente bizzarre e imprevedibili; si abbandona una via e se ne intraprende un’altra, talvolta completamente diversa. Si compiono scelte radicali che portano il protagonista molto lontano dalla posizione in cui era nel momento della decisione. Il percorso musicale di un artista non sempre è lineare e prevedibile, anzi, sovente è costellato di imprevisti e scelte fino a quel momento impensabili. Gli In Flames sono stati caratterizzati da una serie di avvicendamenti tali da rendere la formazione attuale completamente diversa da quella all’origine. Un’identità difficile da inquadrare ha portato a definire questa band in maniere diverse nel corso degli anni, fino a portarli a un cambiamento radicale nelle ultime produzioni, conducendo anche a critiche talvolta molto aspre. L’uscita degli ultimi album, pertanto, è stata accompagnata sovente da disappunto da parte di chi era particolarmente legato allo stile originario della band scandinava, la quale, comunque, difficilmente veniva accostata al vero e proprio Death Metal. Al di là delle definizioni, è innegabile che la musica degli In Flames sia cambiata nettamente con le ultime opere; che questo sia un bene o meno è opinabile.

“Battles” è il dodicesimo studio album della band scandinava, con cui viene consolidato il legame nei confronti di “Siren Charms”, uscito due anni or sono, e non completamente apprezzato dalle critiche. Le sonorità sono quelle a cui gli In Flames ci hanno abituato nelle ultime produzioni: crescenti contaminazioni elettroniche, infondendo una sfumatura alternativa, e maggior spazio a sonorità melodiche, molto meno aggressive rispetto ai lavori originali. Un sound meno ringhiato, sottolineato anche dalla voce del cantante Anders Fridèn, il quale offre molto più spazio alla voce in clean, seppur sempre graffiata. Il growl è scomparso, e ad esso si sostituisce uno scream “sporco”, talvolta a metà strada tra l’urlato e lo scream puro. Al di là delle polemiche suscitate da chi criticava gli In Flames per le ultime scelte stilistiche, è opportuno affermare che la band di Goteborg si è definitivamente separata dal genere Melodic Death Metal per abbracciare un rock duro, alternativo, solamente venato da sfumature metal, e che tuttavia risulta mostrare aspetti intriganti.

Il disco si apre con “Drained”, lento, ipnotico: sonorità elettroniche e la voce di Fridén che introduce lentamente, poi una svolta repentina in un riff deciso e in uno scream sporco, per proseguire con una melodia decisa e ben strutturata. I brani si susseguono uno dietro l’altro, differenti, molto particolari, ma tutti ugualmente coinvolgenti. Suono pieno, atmosfere di difficile collocazione, ma di presa sull’ascoltatore, il quale non viene lasciato ad “abituarsi” alle canzoni; egli rimane sempre presente durante lo svolgimento dei brani, in cui le chitarre compiono riff e assoli profondi e coinvolgenti, adeguatamente supportati dalla sezione ritmica. “Like Sand” inizia con una lentezza di chitarra che in qualche modo ricorda i primi secondi di “Satellites and Astronauts”, per svilupparsi in qualcosa di nuovo, un brano coinvolgente e agrodolce, sottolineato dalla voce di Fridén, la quale vira dal clean allo scream graffiato. “The Truth” mostra chiare sonorità Nu Metal, e contaminazioni elettroniche molto marcate; il coro dei bambini ricorda moltissimo il ritornello di “Youth of the Nation” dei P.O.D.. Di tutt’altro carattere è invece “Through My Eyes”, pezzo più aggressivo, caratterizzato da una vena più metal, assoli e riff più cattivi, pur senza discostarsi dall’identità assunta dall’intero album. “Before I Fall” si apre con un incipit elettronico in fade in, ricordando molto lo stile adottato in “Siren Charms”, per proseguire con ritmo costante e suono pieno.

Nell’insieme “Battles” rappresenta un bel lavoro, costruito con competenza e coraggio. La band ha deciso di reinventarsi totalmente, forse adottando un profilo più mainstream, tuttavia producendo un’opera di gran carattere, in grado di catturare l’attenzione dell’ascoltatore e di dipingere atmosfere piene e avvolgenti. Un lavoro che probabilmente farà storcere il naso ai detrattori degli In Flames, ma è giusto riconoscere loro la capacità di cambiare con stile e personalità. “Battles” è qualcosa di nuovo, che porta a compimento una muta iniziata con “Siren Charms”, e concretizzatasi attraverso quattordici brani coinvolgenti e persistenti.

 Ascolta “Battles” su Spotify

Dagma Sogna – Frammenti di identità: la recensione

Presentiamo oggi “Frammenti di identità”, l’album della band savonese dei Dagma Sogna.

Sonorità “rock – pop” accattivanti, ricche di melodia e passione, si accompagnano a testi profondi, creando un ensemble melodico fluttuante e leggero, quasi sospinto dalla brezza.

Brani come “Il temporale” ed “Elefanti di nuvole” trasmettono un’energia vibrante e rinvigorente, venata da una sensazione di pace. Atmosfere intense, disegnate da chitarra e sezione acustica, rese al contempo delicate da tastiere e voce.

È questo il sound dei Dagma Sogna, un connubio di energia che s’irradia con decisione nell’ascoltatore, conferendogli una sensazione di pace e serenità. Un piacevole ossimoro che porta a seguire il ritmo, dipingendo un sorriso man mano che le note si fanno strada nella testa e nel cuore.

L’album presenta 11 tracce, tra cui “La tua verità”, dall’incipit immediatamente deciso, di personalità. Un testo profondo che fa riflettere, raccontato mentre la musica procede con ritmo incessante, tenendo l’ascoltatore per mano, ma attraverso una stretta forte, ben salda.

L’EP dei Dagma Sogna ci aveva anticipato un lavoro molto ben costruito e decisamente coinvolgente, e “Frammenti di identità” conferma le grandi aspettative riposte nella band.

Consigliamo l’ascolto dell’album a chiunque ami il rock melodico e il pop, ma soprattutto a chi apprezzi le intense emozioni che un sound deciso e delicato sa trasmettere.

 Ascolta “Frammenti di identità” su Spotify