Marilyn Manson – “Heaven Upside Down”: La recensione

La complessità di Marilyn Manson è qualcosa che porta sempre a discuterne, sia si tratti della coreografia (dentro e fuori dal palco), che delle sue produzioni musicali. Questo nuovo “Heaven Upside Down” è un lavoro articolato e che incarna perfettamente la multipla identità di Brian Warner. Piaccia o meno, Il Reverendo ha saputo creare un’immagine forte, controversa, e che ha permesso di parlarne sempre, nel bene e nel male.

L’uscita di questo suo nuovo lavoro è giunta dopo lunghissime attese, annunci e rinvii, comprese congetture e smentite sul presunto nome che sarebbe stato attribuito al full length; alla fine, ad ogni modo, eccolo qua, “Heaven Upside Down”, lavoro arduo da descrivere, specchio della complessa personalità di un artista intelligente e poliedrico.

Apertura affidata a “Revelation #12”, un pezzo che ci riporta alle sonorità urlate del Manson di “Antichrist Superstar”, rabbioso e angosciante. Ritroviamo le atmosfere di “Mechanical Animals” in una bellissima “Blood Honey”, un lento incedere in cui si percepisce la malinconia rugginosa che fa parte del carattere sfaccettato di Manson.

È in questa maniera che l’intero album si snoda: un ibrido ottenuto dall’unione degli stili che l’artista ha adottato durante la propria carriera, mutando in sé stesso di continuo. “Heaven Upside Down” è Marilyn Manson che si specchia in Brian Warner: l’androgino e mostruoso anticristo si guarda nella propria immagine riflessa, quella di un uomo vestito elegantemente, i capelli ben pettinati, gli occhi di un solo colore. Eppure, in tutta questa ambivalente metamorfosi, rimane inalterato il moto di condanna verso una società marcescente e violenta.

“WE KNOW WHERE YOU FUCKING LIVE” riporta ancora le sonorità degli anni ’90, ed esprime, con sferzante chiarezza, le utopiche convinzioni di libertà distorte, a cui segue il caos e la violenza di panorami che ricordano, nel testo, i recenti fatti di Las Vegas; neanche a farlo apposta, l’uscita di questo LP cade in un momento tale da enfatizzarne ulteriormente le tematiche. Un brano forte, il cui titolo, come altri, è scritto completamente in maiuscolo, a sottolineare il tono “urlato” con cui viene proposto.

“Tattooed In Reverse” è un brano grottesco, che pare volersi rifare alla bellissima “The Dope Show”, scimmiottandone il ritmo; forse uno dei pezzi meno riusciti dell’album, che non coinvolge completamente.
Anche “JE$U$ CRI$I$” mostra un sound un po’ incerto e confuso, con un cambio di ritmo troppo repentino e disarmonico, che non lo rende particolarmente esaltante. La title track è un brano con sfumature melodiche, il cui ritmo orecchiabile lo porterà probabilmente ad essere proposto in radio nei prossimi mesi, mentre era già conosciuta “KILL4ME”, secondo singolo lanciato in anteprima e dalle sonorità ibride che hanno permesso il lancio del nuovo album rimanendo connesso al precedente “The Pale Emperor”.

Dallo stesso nono album fuoriesce il profilo di “SAY10”, gran bel pezzo che vanta ritmi crescenti, partendo da un incipit quasi immobile, da un sussurro, e che via via prende sempre più potenza, con rabbia esplosiva, si ferma e riprende ancora, più feroce.
“Saturnalia” mostra ancora le tinte più recenti dipinte dal Reverendo, attraverso sonorità elettroniche e un incipit lento e cupo, in crescendo: otto minuti di canzone sono forse troppi da proporre, tuttavia scorrono piuttosto bene attraverso atmosfere ovattate, dal ritmo sì molto lineare, eppure accattivante.
La chiusura è affidata a “Threats Of Romance”, brano dal vago sapore blues in alcune sue parti: melodico e lento, nasconde attraverso le note tranquille una ferocia che divampa solo alla conclusione, attraverso le urla con cui Manson termina la performance.

“Heaven Upside Down” è un buon album, non uno dei migliori, ma che mostra comunque complessità molto articolate: un singolo ascolto non è sufficiente per consentire di recepirne tutte le sfumature, così come non basta sentire distrattamente un brano di Marilyn Manson, o dedicargli un fugace sguardo, per comprenderlo appieno: la sua figura, la sua musica, rappresentano la duplice identità di una società che ipocritamente si definisce civile, si atteggia a gente evoluta, ordinata, ma che nasconde un grottesco e violento animo, il quale scaturisce all’improvviso, con ferocia, urlando il proprio disagio e ostentando il proprio agghiacciante volto.

Pain of Salvation – In the Passing Light of Day: la recensione

Lo scoro 13 gennaio è uscitoIn the Passing Light of Day”, decimo studio album dei Pain of Salvation, band prog metal svedese che, attraverso questo lavoro, conferma ulteriormente le proprie peculiarità: una sperimentazione sonora senza requie e una giustapposizione di ritmiche contrastanti, che portano un combattuto concerto emozionale nell’ascoltatore. Vi è da dire che la coerenza dei Pain of Salvation sta proprio nel desiderio persistente di sperimentare, di realizzare concept: seppur gli ultimi lavori non siano stati universalmente apprezzati, è giusto considerare che intraprendere strade inesplorate sia un gesto coraggioso e degno di stima.

Le tematiche di questo nuovo LP nascono dal duro percorso intrapreso dal leader Daniel Gildenlöw, reduce da una lotta contro la fascite necrotizzante, contratta nel 2014. I ritmi si intersecano, si intrecciano in passaggi melodici, talvolta talmente lenti da rasentare l’immobilità, solo per irrompere in riff potenti e rabbiosi: un’alternanza che squassa l’ascoltatore, dipingendogli di fronte un antitetico quadro di sensazioni che stringono il cuore, si affievoliscono e improvvisamente avvampano in un’ondata di energia a tratti brutale. È questa l’identità dei Pain of Salvation, racchiusa fin nel nome assunto dalla band alla sua fondazione: un contrasto netto e talmente vibrante da assumere un equilibrio naturale. “In the Passing Light of Day, porta l’ascoltatore in un vortice di emozioni che sono un attimo quiete, quasi rassegnate, e immediatamente dopo divengono decise e rabbiose. Ciò si avverte pienamente in “Full throttle tribe”, un brano in cui le angosce dovute alla malattia si susseguono assumendo forme diverse: rabbia e mestizia nell’impotenza di un letto d’ospedale.

“Angels of Broken Things” rappresenta un esempio del ritorno alle sonorità apprezzate in album come “Remedy Lane”: assoli di chitarra si contrappongono a un ritmo lento e distaccato, sottolineando ancora una volta i chiaroscuri tipici dei Pain of Salvation. Le atmosfere cupe dipinte dalle tastiere nell’incipit di “The Taming of a Beast” si accompagnano al cantato docile di Gildenlöw, solo per sfumare in brutali passaggi ringhiati con rabbia disperata. Un furore che si accresce ulteriormente nella toccante “Is this the End”, caratterizzata da una persistente angoscia, un dolore che si dibatte come una bestia ferita, spingendo e scalciando per uscire attraverso riff martellanti e urla strazianti. Una pena squassante, che toglie le energie, portando voce e strumenti a rallentare di colpo, a fermarsi, a prendere fiato prima di una nuova intensa ondata di dolore.

“In the Passing Light of Day” è un album estremamente complesso, carico di emozioni devastanti che trascinano l’ascoltatore in un percorso lungo e travagliato. Si tratta indubbiamente di un grande lavoro, genuino e sinceramente sentito in ogni sua sfumatura. In ogni brano si percepiscono le emozioni provate da Gildenlöw, rendendo l’ascoltatore totalmente partecipe: un autentico diario musicale su patimenti e paure, eppure sempre venato da reattività, rabbia e desiderio di reagire.

Produrre lavori musicali articolati può essere molto pericoloso: il rischio è quello di incorrere nell’incomprensione di chi ascolta, pertanto è fondamentale conferire un’impronta immediatamente riconoscibile. Si tratta di un’impresa decisamente impegnativa, il cui successo è tutt’altro che garantito. In tutto ciò i Pain of Salvation riescono con grande efficacia, sapendo disegnare con note e parole un percorso difficilissimo, reale, crudo e senza artefatti. Un album che rappresenta in maniera completa e fedele il senso del nome stesso della band: il dolore della salvezza, il cammino alla mercé di intemperie e terreni accidentati, tenendo ben stretta tra le mani sanguinanti la propria vita.

Ascolta “In the Passing Light of Day” su Spotify

Metallica – Hardwired… to Self – Destruct: la recensione

Per un artista la propria affermazione rappresenta indubbiamente un traguardo cardinale nella carriera, e il suo raggiungimento può essere un’arma a doppio taglio. Alcuni musicisti, una volta ottenuto un grande riscontro, con il tempo hanno rischiato di lasciarsi cullare dalla propria notorietà, tralasciando ispirazioni e finendo per “vivere di rendita”. Come in ogni realtà, anche in quella musicale il tragitto nel corso del tempo permette di osservarne la continuità e di analizzare i cambiamenti che un musicista ha compiuto su sé stesso e sul proprio lavoro.

I Metallica si sono indubbiamente consolidati nel tempo, ed hanno contribuito a distribuire il metal in un panorama più ampio, permettendo, insieme ad altri illustri nomi, di far avvicinare a una parte del genere un pubblico altrimenti completamente distante.

Il 18 novembre è stato rilasciato “Hardwired… to self-destruct”, decimo studio album della band di Los Angeles, un ritorno dopo otto anni di silenzio nelle sale di registrazione.

Il nuovo album è ricco di energia, ma di difficile interpretazione. Alcuni bei riff di chitarra, pieni e aggressivi, come in “Now that we’re dead”, non particolarmente elaborati, ma di presa e coinvolgenti; bella canzone che inizia molto bene, ritmata e aggressiva, in cui si sente tutta la band darci dentro, senza esagerare, ma con piglio deciso e polso fermo. Nel complesso il disco si snoda attraverso un sound a metà tra il rock duro e il metal; un paio di tracce non entusiasmanti, ma nell’insieme il lavoro presenta tanta energia. Purtroppo l’inventiva non è al massimo: i Metallica hanno saputo proporsi in vesti differenti nel corso degli anni, suscitando sempre un crescente apprezzamento, tuttavia non vi è nulla di rivoluzionario in questo lavoro che possa renderlo un capolavoro. “Hardwired” ricorda una rivisitazione di “Battery”, e, seppure la sua esecuzione sia coinvolgente, esso ricorda troppo la traccia di apertura di “Master of Puppets” per non lasciare l’ascoltatore perplesso. “Manunkind” prende atmosfere molto rock, sullo stile di “Load” e “Reload”; non male, anche se forse eccessivamente lunga, risultando un po’ dispersiva. “Spit out the bone”, come altri pezzi, ricorda qualcosa dei precedenti lavori dei Metallica: inizio veloce, sullo stile dei brani di “Kill’em all”, si snoda attraverso riff veloci e sezione ritmica più concreta. Bel brano che rende giustizia al nome dei Metallica, e coinvolge l’ascoltatore riportandogli atmosfere passate, e tuttavia senza voler ricopiare qualcosa di già scritto. “Here comes revenge” mostra un incipit molto bello e drammatico, proseguendo in un sound aggressivo, che riporta lievemente ad alcune sfumature di “Death Magnetic”. Il brano “Murder One” è stato scritto per onorare la memoria del frontman dei Motorhead, Lemmy; un inizio bello e di personalità, con atmosfere che prendono corpo, ma che purtroppo si perdono dopo la metà, rendendo l’ascolto un po’ ripetitivo e ridondante.

“Hardwired… to self-destruct” si presenta come una voce prepotente a richiamare l’attenzione su una band che ha fatto la storia del metal, apparentemente con l’intenzione (voluta o meno) di riprendere gli stili adottati nel corso della carriera. Il disco si sostiene su Hetfield, inossidabile frontman del gruppo: chitarra rombante e voce graffiante. La batteria di Urlich, oggettivamente il punto debole dei Metallica, si riscatta parzialmente in alcuni brani che compongono quest’opera.

Un album che può essere considerato come un tentativo di tornare a tempi andati, ricco di energia e, seppure carente d’inventiva, mostra una certa grinta. Pecca un po’ di dispersività su alcune tracce, una cui maggior brevità avrebbe potuto renderne l’impatto molto più significativo.

Dopo il lancio dei dimenticabili “st. Anger” e “Lulu”, e performance live che hanno lasciato l’amaro in bocca negli spettatori, l’uscita di questo lavoro è stata accolta con un po’ di scetticismo, e il primo impatto lascia piuttosto disorientati. L’ascolto non è facilissimo, a causa delle sonorità molto diverse, che paiono non portare l’identità dell’album verso una direzione precisa.

“Hardwired… to self-destruct” necessita di un esame attento, e un solo passaggio non è sufficiente per capirlo appieno. È un album da ascoltare e riascoltare, per poter coglierne le sfumature, finendo per apprezzare alcuni brani e aborrirne altri. Un buon lavoro, complesso; una sorta di “antologia stilistica” in cui i brani richiamano grandi successi del passato, senza essere nostalgici e procedendo comunque al passo con i tempi.

Ascolta “Hardwired… to Self – Destruct” su Spotify

Dark Tranquillity – Atoma: la recensione

Creare un genere musicale nuovo è qualcosa di rivoluzionario: un percorso non privo di ostacoli, primo tra tutti il pregiudizio delle masse, il quale sovente tende a respingere troppo frettolosamente qualcosa che meriterebbe più attenzione.

Nel panorama metal vi sono state numerose evoluzioni che hanno originato sottogeneri talmente differenti tra loro da renderli equiparabili a correnti musicali distinte. La Svezia ha mostrato, forte di un’apertura mentale senza paragoni, capacità creative e tecniche ormai riconosciute in tutto il mondo. Artisti dotati di spiccata fantasia e tecnica hanno realizzato generi unici, attingendo da contesti musicali differenti, agli antipodi, miscelandoli in un insieme perfettamente armonico.

I Dark Tranquillity rappresentano un illustre esempio di pionierismo musicale, portando alla luce il Melodic Death Metal, conosciuto anche come Gothenburg Sound, in onore della città a cui appartengono i loro fondatori.

La loro forza, oltre a quella di creare qualcosa di nuovo, è stata anche di saper adattare le sfumature del proprio stile con il passare del tempo, pur mantenendo inalterato il carattere che li contraddistingue. Dall’esordio di “Skydancer” del 1992 si è dispiegato un lungo cammino di cambiamenti, immortalati in grandissimi lavori del calibro di “Character”, “Haven” e “Fiction”, enfatizzando la vena cupa e malinconica che questo genere esprime, incastonata nel sound rabbioso e antitetico che il melodeath mostra.

Tre anni fa uscì “Construct, autentico capolavoro della band, in cui le sonorità oscure e malinconiche assumono una tinta ancor più cupa, venata da un’atmosfera sospesa e quasi onirica. Lo scorso 4 novembre è stato rilasciato “Atoma”, a confermare lo stile creato e promulgato negli anni dal quintetto svedese, il quale, nonostante gli avvicendamenti in formazione, ha mantenuto integra la propria identità, rafforzandola con l’esperienza e il talento tecnico.

“Atoma” mostra fin da subito continuità stilistica con i predecessori, in particolare il forte legame con le sonorità assunte in “Construct”: dodici tracce di potenza metal e malinconia melodica disegnano intorno all’ascoltatore l’atmosfera oscura, decadente e quasi surreale tipica dei DT.  Passaggi di voce in clean del cantante Mikael Stanne si alternano al predominante growl, unico nel suo timbro, graffiante e rabbioso.

La title track è uno dei pezzi migliori: inizio sincopato di tastiere, a cui vanno dietro gli altri strumenti, conferendo corpo al ritmo sostenuto del brano. Stanne alterna il cantato pulito al growl, contrapponendo la sfumatura melodica a quella metal, in un vortice di emozioni diverse, eppure perfettamente amalgamate.

In “Force of hand” la frenesia sale vertiginosamente a ritmi serrati, dopo un incipit lento, quasi intontito. La sezione ritmica martella con veemenza, le chitarre ringhiano aggressive; le tastiere, che nella parte iniziale conferivano una patina eterea, si uniscono in un sound veloce e violento, il quale immediatamente sfuma nella melodia, contrapponendo nuovamente le due facce di cui il genere è costituito.

Dodici brani ricchi di personalità, costruiti con sapienza ed eseguiti con maestria. “Atoma” rende perfettamente nitido il dipinto creato dal Gothenburg Sound, un Giano bifronte massiccio, talvolta brutale, eppure istoriato da passaggi melodici e malinconici, addirittura delicati. Un’espressione di ambivalenza emotiva: rabbia e ferocia fuse in malinconia e sensibilità, attraverso testi ringhiati e riff selvaggi, che mutano di colpo in suoni lenti e ovattati.

I Dark Tranquillity aggiungono un altro diamante alla loro collezione di opere, dando alla luce un gran bel lavoro, meritevole di un ascolto attento, senza distrazioni, al fine di apprezzare le sfumature dei passaggi articolati. La band di Göteborg non ha perso tempo ed è già in tour negli USA, riscontrando un successo ormai consolidato. Noi speriamo in una tappa italiana, visti anche gli enormi successi dei live precedenti nella penisola, e nel frattempo assaporiamo le complesse melodie antitetiche di “Atoma”.

Ascolta “Atoma” su Spotify

In Flames – Battles: la recensione

Nella musica, così come nella vita, le strade percorse sono sovente bizzarre e imprevedibili; si abbandona una via e se ne intraprende un’altra, talvolta completamente diversa. Si compiono scelte radicali che portano il protagonista molto lontano dalla posizione in cui era nel momento della decisione. Il percorso musicale di un artista non sempre è lineare e prevedibile, anzi, sovente è costellato di imprevisti e scelte fino a quel momento impensabili. Gli In Flames sono stati caratterizzati da una serie di avvicendamenti tali da rendere la formazione attuale completamente diversa da quella all’origine. Un’identità difficile da inquadrare ha portato a definire questa band in maniere diverse nel corso degli anni, fino a portarli a un cambiamento radicale nelle ultime produzioni, conducendo anche a critiche talvolta molto aspre. L’uscita degli ultimi album, pertanto, è stata accompagnata sovente da disappunto da parte di chi era particolarmente legato allo stile originario della band scandinava, la quale, comunque, difficilmente veniva accostata al vero e proprio Death Metal. Al di là delle definizioni, è innegabile che la musica degli In Flames sia cambiata nettamente con le ultime opere; che questo sia un bene o meno è opinabile.

“Battles” è il dodicesimo studio album della band scandinava, con cui viene consolidato il legame nei confronti di “Siren Charms”, uscito due anni or sono, e non completamente apprezzato dalle critiche. Le sonorità sono quelle a cui gli In Flames ci hanno abituato nelle ultime produzioni: crescenti contaminazioni elettroniche, infondendo una sfumatura alternativa, e maggior spazio a sonorità melodiche, molto meno aggressive rispetto ai lavori originali. Un sound meno ringhiato, sottolineato anche dalla voce del cantante Anders Fridèn, il quale offre molto più spazio alla voce in clean, seppur sempre graffiata. Il growl è scomparso, e ad esso si sostituisce uno scream “sporco”, talvolta a metà strada tra l’urlato e lo scream puro. Al di là delle polemiche suscitate da chi criticava gli In Flames per le ultime scelte stilistiche, è opportuno affermare che la band di Goteborg si è definitivamente separata dal genere Melodic Death Metal per abbracciare un rock duro, alternativo, solamente venato da sfumature metal, e che tuttavia risulta mostrare aspetti intriganti.

Il disco si apre con “Drained”, lento, ipnotico: sonorità elettroniche e la voce di Fridén che introduce lentamente, poi una svolta repentina in un riff deciso e in uno scream sporco, per proseguire con una melodia decisa e ben strutturata. I brani si susseguono uno dietro l’altro, differenti, molto particolari, ma tutti ugualmente coinvolgenti. Suono pieno, atmosfere di difficile collocazione, ma di presa sull’ascoltatore, il quale non viene lasciato ad “abituarsi” alle canzoni; egli rimane sempre presente durante lo svolgimento dei brani, in cui le chitarre compiono riff e assoli profondi e coinvolgenti, adeguatamente supportati dalla sezione ritmica. “Like Sand” inizia con una lentezza di chitarra che in qualche modo ricorda i primi secondi di “Satellites and Astronauts”, per svilupparsi in qualcosa di nuovo, un brano coinvolgente e agrodolce, sottolineato dalla voce di Fridén, la quale vira dal clean allo scream graffiato. “The Truth” mostra chiare sonorità Nu Metal, e contaminazioni elettroniche molto marcate; il coro dei bambini ricorda moltissimo il ritornello di “Youth of the Nation” dei P.O.D.. Di tutt’altro carattere è invece “Through My Eyes”, pezzo più aggressivo, caratterizzato da una vena più metal, assoli e riff più cattivi, pur senza discostarsi dall’identità assunta dall’intero album. “Before I Fall” si apre con un incipit elettronico in fade in, ricordando molto lo stile adottato in “Siren Charms”, per proseguire con ritmo costante e suono pieno.

Nell’insieme “Battles” rappresenta un bel lavoro, costruito con competenza e coraggio. La band ha deciso di reinventarsi totalmente, forse adottando un profilo più mainstream, tuttavia producendo un’opera di gran carattere, in grado di catturare l’attenzione dell’ascoltatore e di dipingere atmosfere piene e avvolgenti. Un lavoro che probabilmente farà storcere il naso ai detrattori degli In Flames, ma è giusto riconoscere loro la capacità di cambiare con stile e personalità. “Battles” è qualcosa di nuovo, che porta a compimento una muta iniziata con “Siren Charms”, e concretizzatasi attraverso quattordici brani coinvolgenti e persistenti.

 Ascolta “Battles” su Spotify

Dagma Sogna – Frammenti di identità: la recensione

Presentiamo oggi “Frammenti di identità”, l’album della band savonese dei Dagma Sogna.

Sonorità “rock – pop” accattivanti, ricche di melodia e passione, si accompagnano a testi profondi, creando un ensemble melodico fluttuante e leggero, quasi sospinto dalla brezza.

Brani come “Il temporale” ed “Elefanti di nuvole” trasmettono un’energia vibrante e rinvigorente, venata da una sensazione di pace. Atmosfere intense, disegnate da chitarra e sezione acustica, rese al contempo delicate da tastiere e voce.

È questo il sound dei Dagma Sogna, un connubio di energia che s’irradia con decisione nell’ascoltatore, conferendogli una sensazione di pace e serenità. Un piacevole ossimoro che porta a seguire il ritmo, dipingendo un sorriso man mano che le note si fanno strada nella testa e nel cuore.

L’album presenta 11 tracce, tra cui “La tua verità”, dall’incipit immediatamente deciso, di personalità. Un testo profondo che fa riflettere, raccontato mentre la musica procede con ritmo incessante, tenendo l’ascoltatore per mano, ma attraverso una stretta forte, ben salda.

L’EP dei Dagma Sogna ci aveva anticipato un lavoro molto ben costruito e decisamente coinvolgente, e “Frammenti di identità” conferma le grandi aspettative riposte nella band.

Consigliamo l’ascolto dell’album a chiunque ami il rock melodico e il pop, ma soprattutto a chi apprezzi le intense emozioni che un sound deciso e delicato sa trasmettere.

 Ascolta “Frammenti di identità” su Spotify

September Sky – Letter to Fear: la recensione

L’America è un territorio talmente ampio da offrire una fonte pressoché inesauribile di musicisti, in particolare nel panorama rock e metal. In quest’ultimo ambito, poi, si sono formate correnti musicali estremamente diversificate, dando origine a filoni nuovi a cui sia gli ascoltatori che i produttori di musica hanno preso gradualmente ad accostarsi. Il mainstream ha visto costellarsi di un numero ingente di rappresentanti a stelle e strisce: dai Metallica agli Slipknot, la lista sarebbe effettivamente infinita, toccando sottogeneri di ogni sfumatura.

Oggi parliamo di una band decisamente fuori dal contesto mainstream, ma ugualmente degna di nota per le sue produzioni: i September Sky.

La band di Indianapolis propone un sound molto deciso, a metà strada tra il rock e il metal, caratterizzato da riff di chitarra molto cattivi, e da una voce che vira tra intonazioni melodiche e performance ringhianti.

Volendoli accostare ad esponenti più conosciuti, potremmo affermare che la musica proposta dall’ultimo EP, “Letter to fear”, rilasciato ormai dal 2013, ricordi parzialmente quella prodotta da rappresentanti di genere quali Godsmack e Creed: in sintesi un fusion tra un post grunge e hard rock, caratterizzato da atmosfere piuttosto cupe e ovattate.

Analizziamo track by track questo lavoro della band statunitense.

La prima traccia, intitolata, “The fight”, apre con un backing vocal in fade in, per lasciare spazio a un sound d’apertura decisamente aggressivo. La voce del cantante, Scott Bernhardt è bella piena, dotata di spessore, in grado di alternare una musicalità equilibrata ad urla e toni rochi, enfatizzando un suono cupo e cattivo, in linea con i canoni musicali proposti dal quintetto. Ottimo pezzo, deciso e coinvolgente.

Si prosegue con la title track, “Letter to fear”, caratterizzata da un incipit tranquillo, in cui la sezione ritmica la fa da padrona. Anche la voce di Bernhardt è più pacata, modulata. Dispiegandosi, il brano acquisisce cattiveria, attraverso chitarre e voce, in un crescendo di rabbia, lento ma molto penetrante. Un gran bel brano.

La terza traccia è “My ending”, il cui incipit è affidato a suoni cupi e distorti, snodandosi in un riff feroce, lento, molto simile a una marcia. Il sound diviene più sostenuto durante l’esecuzione, e tuttavia costantemente venato da quell’atmosfera cupa che caratterizza ogni brano della band. I ritmi prendono via via velocità, frenetici, fino alla conclusione. Buon brano, molto coinvolgente.

“Favored” inizia con un riff di chitarra vorticoso, che accompagna in sottofondo gran parte della canzone, attribuendo ad essa una sensazione di vertigine e di disagio. Assoli ben costruiti, e una sezione ritmica ben articolata, portano l’ascoltatore ad essere sballottato attraverso i ritmi ripetitivi, che dipingono l’ambiente di tinte claustrofobiche e squassanti.

“Wind & Waves” attacca con voce e chitarra estremamente coinvolgenti: ritmo introduttivo sostenuto, il quale muta nuovamente in un passaggio da capogiro, sballottando l’ascoltatore attraverso  un’atmosfera da vertigine, simile a quella creata in “Favored”, seppur attraverso tempi differenti. L’incipit di voce, distorta attraverso gli effetti, afferra immediatamente l’ascoltatore per le spalle, scuotendolo. Lo scorrere del brano mantiene persistente questa sensazione, attraverso riff martellanti e palm mute sulle chitarre: continui singoli scossoni trasmessi all’ascoltatore.

L’album si chiude con “Fallacy”, la quale parte con un assolo di chitarra piuttosto aggressivo, per svilupparsi in un brano diverso rispetto ai precedenti: una scorrevolezza più rock e meno metal, molto melodico e meno deciso, se paragonato alle precedenti tracce. Le atmosfere sono sempre cupe e ovattate, ma contraddistinte da un ritornello meno “opprimente”, lievemente più leggero, per poi precipitare repentinamente in un passaggio più aggressivo, sottolineato dalla voce ringhiante.

Nell’insieme, Letter to fear si presenta come un buon lavoro, piuttosto omogeneo, anche se un paio di tracce spiccano nettamente. Siuramente “The fight” rappresenta il titolo migliore del lavoro dei September Sky, i quali miscelano adeguatamente le sfumature hard rock con i profli metal, dando luce a un’esecuzione decisa e sufficientemente aggressiva. Degne di nota anche “My ending”, e “Letter to fear”.

Un buon disco, in linea con i canoni musicali del genere hard/metal statunitense, che ci sentiamo di consigliare. Seppur uscito da ormai tre anni, questo lavoro della band a stelle e strisce può rappresentare una piacevole scoperta per chi cerchi costantemente nuovi artisti da ascoltare.

Ascolta “Letter to Fear” su Spotify

Dagma Sogna – Elefanti di Nuvole: la recensione

Ci sono sonorità che ti entrano in testa subito e rimangono lì, persistenti, a echeggiare forsennatamente. Te le porti appresso e finisci per canticchiartele nella mente per tutto il giorno.

Succede questo con il disco “Elefanti di nuvole”, EP prodotto dalla band savonese dei Dagma Sogna.

Il sound proposto è definito dagli stessi autori come “rock-pop raffinato e crepuscolare”, descrizione che si rivela essere perfettamente calzante per il lavoro prodotto, di cui andiamo ad analizzare le tracce una per una, partendo dalla title track dell’EP, “Elefanti di nuvole”. Il brano inizia con un incipit di chitarra acustica, costruendosi man mano con voce e strumenti, fusi in una melodia fin da subito accattivante e coinvolgente, colma di sensazioni positive, serene. Una capacità estremamente facile di far vibrare il cuore dell’ascoltatore fin dall’inizio, attraverso atmosfere che paiono innalzarlo da terra, portandolo a danzare proprio in mezzo a quegli elefanti di nuvole citati dagli autori. La voce è molto delicata, ben modulata, si sposa perfettamente con un sound melodico, che tocca immediatamente testa e cuore. I passaggi sono curati e vari, e rendono il brano un lavoro molto articolato ed estremamente piacevole: man mano che le note scorrono, aumenta l’energia infusa all’ascoltatore, conferendo sensazioni di tranquillità e pace. Il testo è decisamente altrettanto coinvolgente: attraverso le parole, leggerezza ed entusiasmo vengono contrapposte a pesantezza e amarezza, causate dalle esperienze personali, dagli errori commessi. Decisamente un ottimo inizio per questo lavoro.

La traccia numero due, intitolata “Prendo tempo (Ormai è tardi)”, inizia con uno stile analogo alla precedente: un incipit di chitarra acustica, seguito dalla voce, che in questo brano assume una vena malinconica, accompagnato adeguatamente dagli strumenti. Il testo esprime identica tristezza, attraverso parole di addio per la fine di un amore. La chitarra elettrica, sapientemente condotta attraverso il brano, sottolinea attraverso un assolo eloquente l’amarezza di un amore intenso, che viene condannato mestamente alla morte di un addio forzato. Brano strutturato sapientemente, con armonia, che dona ad ogni passaggio il sapore agrodolce di un sentimento meraviglioso, profondo e tuttavia negato.

“Sentirmi lì” inizia con un’apertura decisa di chitarra elettrica, atmosfere fedeli allo stile, sospese da terra, e che portano l’ascoltatore, tramite note e parole, in un viaggio attraverso un amore ancora indimenticato, in cui il protagonista pensa alla persona amata con desiderio,  viaggiando con la mente a ciò che fa, a dove sia. Le atmosfere sono talmente profonde da rendere palpabile il volo del pensiero del protagonista, fino a raggiungere la persona amata, ovunque si trovi: come un aeroplanino di carta, mosso da correnti inarrestabili e persistenti, esso viaggia lungo chilometri, solcando cieli e attraversando confini invalicabili, fino a giungere al luogo in cui il grande amore è ora, lontano, ma mai inarrivabile con pensieri e sentimenti. Questa immagine è dipinta con impressionante dovizia di particolari da assoli molto evocativi, strutturalmente impeccabili e magistralmente eseguiti.

“Anime di sabbia” chiude l’EP della band: un brano colmo di energia e malinconia, descrive due persone lontane, poste in luoghi separati, ma unite nel cuore e nei pensieri. Il sound è una intensa canzone d’amore, energica e delicata, che descrive tra note e parole il bellissimo desiderio reciproco di annullare la distanza, di tornare ad essere uniti l’un l’altra, emergendo dalla massa, dalle altre persone. Nulla esiste più: solamente loro due, colorati, svettanti in una folla monocromatica indistinta. E ognuno vede, con cuore e mente, la figura amata, così intensa e vivida da poterla quasi sfiorare. Brano eccezionale.

In conclusione “Elefanti di nuvole” si rivela essere un gran bel lavoro, strutturato con perizia sia nella componente musicale che nella metrica. Il sound è ricco di personalità e immediatamente riconoscibile: un pop rock onirico, dalle atmosfere avvolgenti, che prende per mano l’ascoltatore sollevandolo da terra e portandolo a viaggiare interiormente in un mondo fatto di sogni ad occhi aperti e pensieri volanti. Una lieve vena malinconica intarsia ogni brano, in maniera delicata, rendendo il lavoro sempre armonico e penetrante a livello acustico ed emotivo, pur restando dotato di personalità e decisione nell’esecuzione. Ci sentiamo di consigliare vivamente questo EP a tutti gli amanti della musica rock, del pop e a chiunque ami le sonorità melodiche e ricche di spessore.

Ignorantia Legit – Brace: la recensione

Una delle bellezze della musica è che con le sue sfumature essa è in grado di portarti ovunque. Vi sono sonorità che ti trasportano in luoghi lontani, perché tipiche di quei posti. È ciò che accade anche con “Brace”, degli Ignorantia Legit, band romana che definisce il proprio genere “Rock e dintorni”. Il quartetto, formatosi nel 2009, esordisce nel 2012, con la pubblicazione del primo lavoro, intitolato proprio “Ignorantia Legit”. Nel 2015 esce “Brace”, EP costituito da cinque tracce, che, come espresso dichiaratamente dagli autori, trattano di “cinismo e rassegnazione, di speranza, di feste di paese, ma anche violenza domestica e del trascorrere del tempo”.

L’album esprime un sound molto accattivante: un alternative rock con influenze pop, venato da uno stile british, il quale ricorda sonorità percorse da esponenti del calibro dei Blur e dei Pulp.

La bella voce del cantante Emiliano Rapiti si sposa perfettamente con il sound pulito prodotto dalla band: sezione ritmica bella piena e chitarre precise, il tutto produce brani molto coinvolgenti e di facile ascolto.

Il pezzo più bello, a nostro avviso, è rappresentato da “VFC”, canzone d’apertura, la quale trasmette una grande energia, sia attraverso il sound che il testo. Un quadro delle brutture della nostra società, della mestizia che accompagna molti luoghi comuni, del cinismo che costella idee disfattiste, a cui ci si ribella con un forte entusiasmo per la vita. Energia a profusione, sprigionata da note e parole. “Vuoi Farmi Credere…?” Inizia e ripete Rapiti durante la traccia, opponendosi alle convinzioni negative di chi ci è intorno, e ci vuole convincere invano che non ci sia nulla per cui valga la pena vivere. Da segnalare, per “VFC”, anche la presenza di un videoclip molto simpatico, con protagonista un cosplayer del super cattivo Marvel Magneto, coinvolto in una serie di siparietti che strappano qualche sorriso.

“All’apparenza” e “La banda del paese” sono brani caratterizzati da ritmi allegri, messi in antitesi da testi che si snodano lungo un’altalena di sentimenti mesti e speranzosi, descrivendo la quotidianità spenta, le emozioni sbiadite, la malinconia e la tristezza che assale chi si trova talvolta in obbligo d’essere allegro e di dover festeggiare suo malgrado.

Degno di nota anche il brano “Ciao sono io”, melodia lenta che racconta di uno dei peggiori aspetti della società umana: la violenza domestica, descritta attraverso gli antitetici comportamenti di chi pensa scioccamente di poter amare qualcuno al punto di distruggerlo.

L’EP si conclude con “Il tempo”, il quale racconta lo scorrere impietoso del tempo, e il rapporto che ognuno di noi ha con esso o, talvolta, crede di avere.

Nel suo insieme “Brace” si rivela essere un bel lavoro, decisamente da ascoltare, e consigliato a chiunque ami il rock, il pop, o le sonorità spumeggianti.

Ascolta “Brace” su SPotify

Meadows End – Sojourn: la recensione

Quando si tratta di Scandinavia, è innegabile che il panorama musicale metal attinga da essa una quantità inesauribile di artisti eccezionali. Ne abbiamo parlato ampiamente in diversi articoli, tra cui una precedente recensione dell’album degli svedesi Meadows End, band Death metal autrice di due produzioni indipendenti. Il sestetto scandinavo, in attività dal 1997, deuttò nel 2010 con la pubblicazione di “Ode to Quietus”, caratterizzato da tinte fosche e atmosfere surreali. Quattro anni dopo, a confermare i riscontri entusiastici della prima opera, giunge “The Sufferwell”, un capolavoro che ha ottenuto consensi positivi in tutto il mondo.

Il prossimo 29 febbraio uscirà il terzo lavoro dei ragazzi di Örnsköldsvik: “Sojourn”, un concept partorito attraverso la raccolta e il riarrangiamento di tracce presenti su demo ed EP, pubblicati durante gli anni compresi tra il 1999 e il 2006. Durante il 2015, l’album è stato svelato gradualmente tramite il canale Youtube della band, proponendo una traccia ogni mese, suscitando elevato gradimento da parte dei fan.

Il nuovo lavoro si presenta nel migliore dei modi fin da subito. L’apertura è affidata ad “Amidst the Villains”, il cui incipit concitato di batteria, chitarra e pianoforte,. precipita immediatamente l’ascoltatore in un’ambientazione ultraterrena e aggressiva

Durante lo scorrere delle tracce, tali scenari assumono maggior consistenza, creando uno contesto fedele allo stile dei Meadows End: atmosfere eteree, sospese in un universo decadente, descritte attraverso sonorità intense e brutali, e pur sempre impregnate di una melodica eleganza. Un ensemble che offre alle orecchie dell’ascoltatore una sensazione di potenza solenne ed estremamente coinvolgente. La voce possente e cattiva di Johan “The Brute” Brandberg ruggisce come sempre, spiccando in una maestosa sinfonia metal, coadiuvato persistentemente da tastiere e pianoforte, a eseguire un contrasto perfetto: armonicamente antitetici. Sezione ritmica martellante, piena e decisa, offre un supporto solidissimo alle chitarre, le quali completano il quadro musicale con aggressività e precisione chirurgica. Dodici brani e una bonus track dalla potenza squassante, dai ritmi vorticanti, e tuttavia sempre costellata da una eleganza che rende caratteristica ogni produzione dei Meadows End. La canzone “Soulslain” presenta un incipit ipnotico di pianoforte, delicato e sognante, per poi aggiungere la “cattiveria” del metal, attraverso chitarre ringhianti, snodandosi lungo i passaggi di voce, basso e batteria, il tutto costantemente accompagnato da suoni orchestrali e tastiere.

La traccia che spicca fra tutte è probabilmente “End of Fallens”, la quale incarna tutti gli aspetti stilistici caratteristici di questa straordinaria band. Un brano martellante, frenetico e carico di energia dirompente, venata costantemente da quella ormai caratteristica sfumatura ultraterrena.

Ogni canzone presenta una complessità di esecuzione da far spavento: tecnicamente ogni singolo musicista mostra competenza e abilità strabilianti. I suoni sono sempre puliti e precisi; ogni strumento è perfettamente identificabile dall’ascoltatore, e si fonde in un’opera di rara armonia. Un lavoro complesso, articolato e sapientemente prodotto, dal concepimento dei brani, fino alla masterizzazione del disco.

“Sojourn” rappresenta un lavoro fantastico: unisce con maestria potente brutalità e ammaliante sinfonia. Dotato di eleganza ferina, questo nuovo capolavoro dei Meadows End è in grado di suscitare sensazioni estremamente potenti, attraverso una esecuzione impeccabile. Ogni senso viene risvegliato con decisione e armonia, e trascinato lungo una strada di suoni solenni e severi.

Ci troviamo di fronte a un altro capolavoro della band svedese, la quale dimostra ancora una volta cosa significhino le parole “talento” e “iniziativa”: etichetta indipendente, tre album, un tour in Spagna, e consensi entusiasti in tutto il mondo. Chapeau.

 Ascolta “Sojourn” su Spotify