Concorso Canoro a Verrua Savoia

L’evento: David Russel in concerto a Stresa

Un Grammy vinto nel 2005 nella categoria miglior solista classico con il cd Aire Latino e l’appartenenza alla Royal Academy of Music di Londra: è questo il curriculum di David Russell, scozzese classe 1953 tra i più grandi interpreti moderni della chitarra classica, in concerto a Stresa il 28 aprile alle ore 21, unica data italiana del musicista per il 2018.

Si apre così con la stagione musicale della Capitale della Cultura del Lago Maggiore dal momento che lo stesso Russell terrà anche una Masterclass di quattro giorni (26,27,29 e 30 aprile) riservata a venti allievi che avranno la possibilità di suonare fianco a fianco con l’artista nella magnifica cornice di villa Muggia.

L’evento è organizzato dall’Associazione culturale Opus in collaborazione con il Comune di Stresa e l’associazione Fine Arts & Guitars.

Raramente Russell si esibisce nel nostro Paese, (l’ultima sua apparizione è stata a Roma nel 2015) ma quando gli abbiamo proposto di venire ad eseguire la sua musica a Stresa ha accettato immediatamente – spiega il Maestro Christian Cocolicchio, presidente di Opus – per noi è un vero onore; il live è stato infatti inserito nel tour mondiale dell’artista impegnato altresì a Chicago, Miami, Atlanta, San Jose, Tucson e Toronto. Russell e la sua famiglia hanno scelto Stresa anche per la tradizione musicale della nostra città famosa in tutto il mondo”.

Negli anni Sessanta nel nostro Comune si esibì Andres Segovia ed ora tocca a Russell che ne ha seguito lo stile – afferma l’assessore alla Cultura Albino Scarinzisi tratta di un ritorno alle origini, un modo straordinario per dare il via alla stagione musicale cittadina 2018; il palco del Palazzo dei Congressi è importante basti pensare che è stato calcato dal maestro Muti e da orchestre di fama mondiale tra cui la Philharmonia di Londra e l’Orchestra Filarmonica di Mosca. Auspichiamo un afflusso di pubblico importante visti i 600 posti della sala”.

Non solo musica, ma anche beneficenza: nel corso dell’evento, si terrà una raccolta fondi destinata alla Onlus Educando specializzata nell’assistenza di piccoli affetti da disturbi dell’apprendimento.
I biglietti dell’evento sono disponibili sul sito www.stresafestival.eu oppure su www.clappit.com. Per ulteriori informazioni è possibile inviare una email a info@stresaconcerti.com

La falena nella fiamma

James è seduto in camerino. Fissa un punto indefinito di fronte a lui; le mani giunte, gli indici sfiorano le labbra. Il torso leggermente piegato in avanti tradisce un nervosismo che non può essere cancellato neppure da anni di esperienza e successo planetario. È una leggenda, eppure al pensiero di salire sul palco si emoziona come fosse la prima volta.

Lo chiamano: è ora. Tira un lungo sospiro lasciando andare un po’ di tensione, dopodichè si alza, raggiungendo Kirk, Robert e Lars. Manca poco, intanto si sente partire la loro “colonna sonora” che sancisce l’ingresso, l’inizio dell’ennesimo show: “The Ecstasy Of Gold” di Morricone scorre lentamente. È meravigliosa, perfetta per descrivere l’atmosfera intensa ed epica, la trepidazione che pubblico e band condividono. La musica de “Il Buono, il Brutto, il Cattivo” prosegue in crescendo, mentre la folla echeggia in coro, e i ragazzi si stringono in circolo, caricandosi a vicenda.

Si entra, e mentre incede verso il palco, James scarica ancora un po’ di nervosismo allargando le braccia, lasciandosi sfuggire un eloquente: “Andiamo, cazzoooooo!”. Il palazzetto esplode quando i quattro calcano la scena; la bolgia s’incendia ulteriormente all’attacco del primo pezzo: è “Hardwired”. Il pubblico si lascia trascinare dai riff frenetici di un brano che riporta alla mente la cattiveria dei pezzi storici.

Lo spettacolo è allucinante: una struttura di luci e fiamme; cubi giganti in cui scorrono immagini, a sovrastare il grande palco circolare, su cui i quattro si spostano da un’estremitàa all’altra, circondati da migliaia di persone impazzite. Età diverse, generazioni che si susseguono: perfino genitori con i giovanissimi figli scalpitanti.

Li osserva, James, sorridendo e parlando con loro in un intermezzo: «Sei qui con i tuoi? Hai dei genitori fenomenali!» sorride al ragazzino, che ricambia felicissimo, annuendo dalla transenna, circondato da mamma, papà, e trentamila anime urlanti. Una passione tramandata, una famiglia in una bolgia metal, carica di un’energia positiva, rinvigorente, che non molti comprendono e tanti disprezzano a priori.

Hetfield si rabbuia un attimo durante “Nothing Else Matters”, soffermandosi con la mente a tutti gli anni trascorsi, alle difficoltà che da fuori non si vedono. Rivive i litigi furiosi con Lars, la rottura imminente, la rabbia repressa, mai lasciata andare realmente.

Rivede ancora distinti i momenti terribili della morte di Cliff: il pullman ribaltato, le sue gambe che vi spuntano da sotto. E il rifiuto durato anni, vomitato addosso a Jason, ritenuto quasi colpevole di averne preso il posto. Tutto questo è rimasto latente per anni, lo sa, James. Poi è esploso, di botto, e i Metallica hanno rischiato di non esistere più: Jason va via, mentre lui, Lars e Kirk si scannano a un tavolo, sputandosi in faccia l’un laltro il proprio dolore.

C’è chi dice che si sono rammolliti, che sono invecchiati. Se lo ricorda, Hetfield, quando si erano tagliati i capelli. “I metallari hanno i capelli lunghi” berciava qualcuno. Stai a vedere che ora la musica si fa con pettine e forbici!

Il “Black Album”, “Load” e “Reload”… fanno allontanare chi li taccia di tradimento, chi li accusa di “essersi venduti”, eppure consentono a molti neofiti di avvicinarsi incuriositi: ragazzini che approfondiscono il genere, scoprendo solo in seguito capolavori come “Master Of Puppets”, “For Whom The Bell Tolls” e “One”. Così giungono nuovi proseliti, che arrivano ascoltando “Until It Sleeps” e “The Unforgiven”,  e rimangono immergendosi nelle sonorità incredibili di “Orion”, le percosse di “Battery”. James lo sa che i Metallica sono tutto questo: sono la furia giovanile di “Hit The Lights”, e anche la calma sperimentale di “Low Man’s Lyric”, lo si voglia o no.

Ci ha messo un po’ a rendersi conto che la sua autostima non dipendeva da come lo vedono le persone intorno al palco, ma ora le cose sono cambiate. La gente non se ne rende conto: vede da fuori una rockstar o un attore e pensa che sia tutto rose e fiori, che sia fighissimo: soldi, fama… fare quello che vuoi…

Lo sa benissimo che moltissimi farebbero volentieri a cambio, tuttavia non è quello il punto, e non è proprio come si vede da fuori: James ha cinquantacinque anni, ma ricorda ancora nitidamente i primi tempi, gli eccessi e le stupidaggini giovanili; i litigi con Mustaine… Quando sei giovane e impetuoso, pensi di poter spaccare il mondo con un pugno. Il tempo ti aiuta a capire, se hai l’umiltà di fermarti a riflettere sui tuoi errori. Non ti spegni, non perdi forza per questo, anzi, impari a incanalarla al meglio, a sfruttarne ogni molecola.

Ed ecco lì la potenza di un uomo che ha sconfitto le sue paure, le proprie debolezze, ottenendo il successo, quello autentico, perché “successo” non è sfornare dischi e fare tour mondiali con sold-out costanti. Il vero successo è non farsi schiacciare da tutto questo: non soccombere sotto l’autoglorificazione, non cedere alla paura di fallire, non sottostare al mercato o alle aspettative di chi ti desidera in un modo e si arroga il diritto di definire chi sei. E allora, riesci a fare quello che vuoi, interamente, realmente. Scegli di fare la musica che preferisci, che senti in quella maniera, e in quel preciso momento.

Scegli di stravolgere i tuoi canoni, di fare anche qualche cazzata, ma in totale libertà, accettando le critiche del pubblico o anche infischiandotene, senza rinnegare comunque ciò che hai fatto.

E allora accade che, al concerto, chiedi al pubblico se il nuovo album piace: «Do you like it?». E quando ottieni una risposta tiepida, hai le palle per chiederlo ancora, più convinto: «DO YOU LIKE IT?!», non per qualche glorificazione; sai che non a tutti piace, che molti rimangono attaccati ai vecchi successi, ma quello fa parte di te, e lo difendi. Difendi il tuo lavoro, sai che ha un valore, ne hai la conferma quando suoni “Moth Into Flame” o “Now That We’re Dead”. La gente s’infiamma, perché sei James Hetfield, un’icona, ma tu sei lì sul palco perché sei tu, un uomo, e lo sei trecentosessantacinque giorni l’anno, dentro e fuori dal palco.

Lo show finisce: i quattro sono stanchi, dopo due ore e mezza di concerto e spettacolo pazzesco, in cui ognuno si è spremuto fino all’osso. Stanchi, sudati fradici, ma sorridenti. In ognuno di loro splende una luce di serenità che troppo sovente viene data per scontata in chi si presume abbia tutto. James saluta, accanto a Lars, stretti in un abbraccio. Tira un lungo sospiro soddisfatto, lasciando andare gli ultimi scampoli di tensione, tradendo l’emozione di chi è cresciuto senza invecchiare, senza ingrigirsi; l’emozione di chi ha sconfitto i propri demoni, accettando le debolezze senza soccombere ad esse. Ne ha tratto ulteriore forza, altra energia: la si vede fuoriuscire ad ogni riff, ad ogni strofa, è palpabile. Questo è “metal”. Questo è “Metallica”.

James si riprende, destatosi da un sogno ad occhi aperti, un dejavu, una premonizione… tutto in un’unica visione. È nel camerino, seduto, le mani giunte. Un attimo di smarrimento, un solo istante, poi un sorriso: lo ha vissuto infinite volte, tutto quell’incredibile percorso, e sta per farlo di nuovo. Stringe gli occhi come a mettere a fuoco qualcosa, come a richiamare un’immagine, quando viene chiamato: è ora. Si alza in piedi, tira un lungo sospiro, ancora sorridente. Gli occhi azzurri scintillano di entusiasmo e tensione, mentre, in un lentissimo fade-in, “The Ecstasy Of Gold” prende a echeggiare, via via crescendo insieme al coro del pubblico in trepidante attesa, pronto ad accogliere i “Four Horsemen” per un’altra nottata memorabile, fatta di musica, di passione, di incubi sconfitti, e di sogni realizzati.

10

David si alza dalla poltrona di pelle; gesti lenti, colmi della consueta flemma ed eleganza che lo hanno sempre accompagnato.

Si guarda allo specchio: il tre pezzi bianco, il nodo della cravatta impeccabile. Il Sottile Duca Bianco si riflette nel cristallo, sigaretta tra le labbra, sfuma e lascia posto prima a Ziggy Stardust, poi ad Aladdin Sane, il cui volto pitturato ricambia lo sguardo, ammiccandogli complice. Stringe lievemente gli occhi, David, divertito. Sorride, mentre sposta lo sguardo e si dirige verso una sedia a dondolo su cui si trovano i pupazzi di “Labyrinth”, uno dei film che ha interpretato nella sua carriera di artista poliedrico. Prende tra le braccia uno dei goblin del reame del principe Jared, lo culla distrattamente mentre si guarda intorno nella stanza, fino a soffermare lo sguardo sullo scaffale dei dischi.

Gli occhi scorrono sui dorsi, sostando su “The Hot Space” dei Queen e facendogli allargare il sorriso sulle labbra. Pensa ad “Under Pressure” e i brividi corrono lungo la schiena al pensiero di quel capolavoro cantato con Freddie; tornano i ricordi in sala di registrazione, si susseguono le immagini del tributo a Wembley nel ’92 con Annie Lennox, e tante altre scene, di collaborazioni e amicizie: Tina Turner, Mick Jagger, Trent Reznor, i Placebo… Si rende conto solo in quel momento che da quando si era alzato dalla poltrona aveva preso a canticchiare. Aveva iniziato sussurrando “The Jean Genie”, e ora è lì che intona le parole di “Absolute Beginners”…

Chiude per un momento gli occhi, lasciando andare un lungo sospiro, mantenendo il sorriso. Li riapre e riprende a osservare la libreria di dischi, passando sui suoi lavori: “Space Oddity”, “Young Americans”… un’espressione di compiacimento gli illumina il volto. Posa lo sguardo su “Blackstar”, uscito due giorni prima… Ma era davvero due giorni fa? Istintivamente si volta a osservare il “10” sul calendario appeso alla parete, abbassa gli occhi pensieroso, tuttavia è solo un istante e torna a sorridere.

Osserva la porta della stanza. Seppur non ricordi dove si trovi, sa che oltre essa lo attendono un palco e una folla urlante, fatta di persone che lo amano incondizionatamente. Riprendendo a intonare le proprie canzoni, s’incammina lentamente verso la porta; sente la folla chiamarlo dall’altra parte, a gran voce. Sorride, canticchiando “Heroes”: «We can be heroes, just for one day», sussurra mentre afferra la maniglia e schiude l’uscio dal quale un boato immenso lo abbraccia ancora una volta.

Io sono Tenebra (Marilyn Manson @ Pala Alpitour Torino)

Mi chiamo Brian Warner, ma il mondo mi conosce come Marilyn Manson, un nome d’arte che cade anche sulle labbra di chi di me non sa nulla, e che mi disprezza a prescindere.

Cantanti che parlano di amore, sentimenti puri e luminosi, scrivono canzoni sull’onda di tutto questo: dipingono paesaggi idilliaci, perfetti e irreali. Io no. Io ho visto oltre la scorza tenera ed edulcorata di un buonismo ipocrita; ho scavato in profondità nelle tenebre dell’animo umano, affondando le mani nella melma nera, radicata dentro l’uomo. Una poltiglia nauseabonda, soffocata e celata da un moralismo di facciata. È questo che mostro nelle mie canzoni, nei miei spettacoli, come quello di oggi a Torino, in Italia. Questa estate, sempre in Italia, hanno organizzato proteste, petizioni, sit-in contro di me e i miei fan. Dicevano che avrei portato il Diavolo, si sono indignati, muovendo accuse fantasiose. Mi fanno ridere; non sanno neppure scrivere il mio nome, e dicono di sapere! Ah!

C’è una bella folla, stasera, anche se non da pienone, come questa estate a Verona: lì ho fatto il sold-out, qui no, ma ci sono comunque parecchie persone, vestite per l’occasione. Chissà tutta questa gente, domani: tornerà a studiare, a lavorare onestamente, senza far del male a nessuno. Eppure loro sono i “traviati”, plagiati dalla mia musica blasfema. Mi vien da ridere! Sono i primi a non prendersi sul serio, mi scimmiottano e se la ridono: si ascoltano i miei pezzi, nuovi e classici, si godono le mie sceneggiate sul palco, sghignazzando; sanno che qui il Diavolo non c’entra nulla. Intravedo un signore ben vestito, accompagna il figlio, si lascia andare con lui mentre intonano le mie canzoni. Chissà cosa direbbero su un padre che porta il figlio a un concerto di Marilyn Manson.

La gamba mi fa ancora malissimo: “Sweet Dreams (Are Made Of This)” è una grande cover, mi piace, ma quando mi è caduta la scenografia addosso, a New York, è stato un bel problema proseguire con le date. Ho dovuto stravolgere tutta la coreografia, ma sono riuscito a trovare ottime soluzioni, comunque d’effetto.

Però fa un male cane, è faticosissimo cantare e muovermi: la sento pulsare, e lanciarmi fitte di dolore ogni volta che faccio un minimo movimento. L’edema si sposta e mi batte sui nervi come una batteria di black metal. A volte mi manca il fiato, tanto è intenso il male, lo vedono, dalla platea, ma non importa, voglio dare tutto, fino ad arrivare stravolto. Se lo meritano.

“The Beautiful People” li infiamma: la batteria martella e parto con la voce urlata, un grido di rabbia e dolore, fisico ed emotivo. Il nuovo album non ha fatto impazzire, preferiscono i classici, ma qualche pezzo nuovo lo metto, perché, comunque sia, piacciono, seppur non quanto quelli vecchi. Si vede, la differenza: al suono di “This Is The New S**t” parte un boato, così come per “The Dope Show” e “Disposable Teens”. Si scatenano, questi ragazzi “demoniaci”, fanno festa: è fantastico.

Lo show finisce, è stata durissima, sono stravolto e ho dei dolori lancinanti, ma è stato bello. Mi hanno accolto con calore e affetto, questi italiani: passionali, eterogenei, un po’ folli, a volte, ma che mi hanno dato un amore commovente, anche oggi. Chi accusa senza sapere non lo direbbe mai di una moltitudine di “senza dio” votati al male e alla corruzione. Lo amo, il mio popolo, fatto di seguaci talvolta truccati come me, ma che, proprio come me, non hanno nulla a che vedere con il Male. Quello non si concia con abiti neri e maquillage macabro: si mantiene pulito, paludato da abiti eleganti e conformi, pronto a scandalizzarsi e ad accusare chi non si uniforma ai propri canoni. Il Male non ostenta le proprie tenebre: le tiene ben nascoste, sotto una coltre di artefatta luce. Io sono Tenebra, non sono il Male, e c’è una grande differenza.

 

Foto: Omar Lanzetti

Siamo i Campioni (Queen + Adam Lambert @ Unipol Arena)

Stasera suoniamo a Bologna, in Italia. Il palazzetto -Unipol Arena, si chiama- è gremito. È incredibile come a distanza di tanti anni facciamo ancora simili numeri.

Guarda Brian, com’è ingrigito! Sempre quella chioma di ricci, tutti argentati, è invecchiato, ma sorride ancora come quando avevamo iniziato; e senti come fa andare quella chitarra: è ancora uno dei più grandi chitarristi al mondo. Anche Roger se li porta, i suoi anni: ha messo su un po’ di chili e quella barba grigia lo invecchia parecchio, però ha sempre energia da vendere, e si sente da come picchia sulla batteria!

John non c’è più, ha dato forfait. Che peccato, mi dispiace molto, ma lo capisco: non se la sentiva, diceva che i Queen erano morti con me, eppure guarda i ragazzi come ci danno dentro, sembrano gli stessi di Wembley. Non posso non sorridere all’idea, non posso evitare di sentirmi vivo ascoltando le nostre canzoni ancora una volta.

Quel ragazzo ci sa fare, e non posso negare che anche lui mi strappi un sorriso: ha la voce, cavolo se ce l’ha, e mi imita un po’, lo vedo, con quei vestiti, e nel modo di fare che ha con il pubblico. Però è bravo, e la gente gli va dietro, si fa trascinare. Ci sa fare, sì. Chissà cosa ne pensa quella moltitudine di questo concerto: sono coinvolti, cantano le canzoni, si agitano. È  bello, sembra non essere cambiato nulla. Sì, è fantastico. La sento tutta, l’energia che questa gente sprigiona, mentre le nostre canzoni si susseguono nella scaletta. “We Will Rock You” li infiamma così come incendiava me, ogni volta che correvo per il palco. I ragazzi non sbagliano un pezzo. Come potrebbero? Sono anni che suonano, vivono con gli strumenti in mano: è fantastico e la folla lo sa, ne è consapevole. Sono cresciuti con la nostra musica, ne conoscono ogni parola. Dio, come vorrei essere lì a cantare, a giocare con il pubblico come facevo sempre, a correre avanti e indietro, ad arrivare con il mantello sulle spalle e la corona in testa, al suono del “God Save The Queen”. Lo sento, ognuno dei presenti sospira vedendo la mia assenza sul palco. Si commuovono quando vedono la mia immagine comparire sui monitor, ma nonostante ciò si divertono, cantano, si fanno abbracciare dalle nostre canzoni. È ancora una volta un trionfo, seppur diverso da quelli storici, in cui ero anch’io lì.

Bravi, ragazzi: ancora una volta siamo i campioni.

 

Foto: Alessandro Bosio

Marilyn Manson – “Heaven Upside Down”: La recensione

La complessità di Marilyn Manson è qualcosa che porta sempre a discuterne, sia si tratti della coreografia (dentro e fuori dal palco), che delle sue produzioni musicali. Questo nuovo “Heaven Upside Down” è un lavoro articolato e che incarna perfettamente la multipla identità di Brian Warner. Piaccia o meno, Il Reverendo ha saputo creare un’immagine forte, controversa, e che ha permesso di parlarne sempre, nel bene e nel male.

L’uscita di questo suo nuovo lavoro è giunta dopo lunghissime attese, annunci e rinvii, comprese congetture e smentite sul presunto nome che sarebbe stato attribuito al full length; alla fine, ad ogni modo, eccolo qua, “Heaven Upside Down”, lavoro arduo da descrivere, specchio della complessa personalità di un artista intelligente e poliedrico.

Apertura affidata a “Revelation #12”, un pezzo che ci riporta alle sonorità urlate del Manson di “Antichrist Superstar”, rabbioso e angosciante. Ritroviamo le atmosfere di “Mechanical Animals” in una bellissima “Blood Honey”, un lento incedere in cui si percepisce la malinconia rugginosa che fa parte del carattere sfaccettato di Manson.

È in questa maniera che l’intero album si snoda: un ibrido ottenuto dall’unione degli stili che l’artista ha adottato durante la propria carriera, mutando in sé stesso di continuo. “Heaven Upside Down” è Marilyn Manson che si specchia in Brian Warner: l’androgino e mostruoso anticristo si guarda nella propria immagine riflessa, quella di un uomo vestito elegantemente, i capelli ben pettinati, gli occhi di un solo colore. Eppure, in tutta questa ambivalente metamorfosi, rimane inalterato il moto di condanna verso una società marcescente e violenta.

“WE KNOW WHERE YOU FUCKING LIVE” riporta ancora le sonorità degli anni ’90, ed esprime, con sferzante chiarezza, le utopiche convinzioni di libertà distorte, a cui segue il caos e la violenza di panorami che ricordano, nel testo, i recenti fatti di Las Vegas; neanche a farlo apposta, l’uscita di questo LP cade in un momento tale da enfatizzarne ulteriormente le tematiche. Un brano forte, il cui titolo, come altri, è scritto completamente in maiuscolo, a sottolineare il tono “urlato” con cui viene proposto.

“Tattooed In Reverse” è un brano grottesco, che pare volersi rifare alla bellissima “The Dope Show”, scimmiottandone il ritmo; forse uno dei pezzi meno riusciti dell’album, che non coinvolge completamente.
Anche “JE$U$ CRI$I$” mostra un sound un po’ incerto e confuso, con un cambio di ritmo troppo repentino e disarmonico, che non lo rende particolarmente esaltante. La title track è un brano con sfumature melodiche, il cui ritmo orecchiabile lo porterà probabilmente ad essere proposto in radio nei prossimi mesi, mentre era già conosciuta “KILL4ME”, secondo singolo lanciato in anteprima e dalle sonorità ibride che hanno permesso il lancio del nuovo album rimanendo connesso al precedente “The Pale Emperor”.

Dallo stesso nono album fuoriesce il profilo di “SAY10”, gran bel pezzo che vanta ritmi crescenti, partendo da un incipit quasi immobile, da un sussurro, e che via via prende sempre più potenza, con rabbia esplosiva, si ferma e riprende ancora, più feroce.
“Saturnalia” mostra ancora le tinte più recenti dipinte dal Reverendo, attraverso sonorità elettroniche e un incipit lento e cupo, in crescendo: otto minuti di canzone sono forse troppi da proporre, tuttavia scorrono piuttosto bene attraverso atmosfere ovattate, dal ritmo sì molto lineare, eppure accattivante.
La chiusura è affidata a “Threats Of Romance”, brano dal vago sapore blues in alcune sue parti: melodico e lento, nasconde attraverso le note tranquille una ferocia che divampa solo alla conclusione, attraverso le urla con cui Manson termina la performance.

“Heaven Upside Down” è un buon album, non uno dei migliori, ma che mostra comunque complessità molto articolate: un singolo ascolto non è sufficiente per consentire di recepirne tutte le sfumature, così come non basta sentire distrattamente un brano di Marilyn Manson, o dedicargli un fugace sguardo, per comprenderlo appieno: la sua figura, la sua musica, rappresentano la duplice identità di una società che ipocritamente si definisce civile, si atteggia a gente evoluta, ordinata, ma che nasconde un grottesco e violento animo, il quale scaturisce all’improvviso, con ferocia, urlando il proprio disagio e ostentando il proprio agghiacciante volto.

Hey Chris, io continuo a premere “Play”

Questo CD ha più di vent’anni. Sembra nuovo, tanto è ben tenuto, questo perché i dischi li tratto come reliquie. Me li sono sudati, i Compact Disc: facevo i lavori più disparati per prenderli, e quando ne avevo la possibilità, via al negozio di dischi. Costavano più delle cassette, ma sapevo che sarebbero durati negli anni, a dispetto dei nastri, che, tra l’altro, mi si svolgevano sempre in stelle filanti brune, e allora dovevi andare giù di matita per riavvolgerli.

Di anni ne sono passati, e il tempo cambia irrimediabilmente le cose: il negozio in fondo al Corso, il “Master Dischi”, è sparito da tempo. Lì andavo a spendere i miei pochi soldi in un compact dei Queen, in un album degli Iron Maiden, talvolta “toppando” sulla scelta, come quando presi il CD omonimo dei Blur, solo perché c’era “Song 2”. Mica c’erano Spotify e You Tube per il preascolto: te li dovevi prendere a scatola chiusa, magari potevi essere fortunato e ascoltarli in cuffia in negozio, e allora era manna dal cielo, ma di norma era un terno al lotto.

Questo disco, comprato nell’inverno del ’96, mi colpì, nella sua interezza: lo presi per una canzone, come mi succedeva sovente; lo acquistai per “Pretty Noose”, ascoltata su MTV (quando MTV faceva musica e non spazzatura chiamata “reality”); quella voce… così strana… mi aveva toccato all’istante. Sentivo il timbro di Cornell salire distorto in un urlo che vomitava un dolore palpabile e rabbioso. Lo avvertivo crescere nella quieta tonalità di “Blow Up the Outside World”, prima di esplodere di botto, nell’acuto strillato del ritornello.

Chris Cornell l’ho visto e sentito sempre così: un urlo ferito e sofferente, anche nelle esecuzioni che in apparenza non avevano nulla di triste; sia che fosse “You Know My Name”, apertura del bellissimo film “Casino Royale”, sia che fosse nella cattiva “Rusty Cage”, in “Kickstand” in “Flower” o in “Black Hole Sun”. Un grido che mi ha sempre stretto il cuore senza ferirmi, in un concerto di emozioni agrodolci, da cui impossibile staccarvisi, sia che cantasse con i Soundgarden, con i Temple of the Dog o con gli Audioslave: era lui a conferire l’essenza di quel sound, attraverso la sua voce unica, da me una delle più amate.

Di come mi abbia colpito la notizia della sua scomparsa, delle dinamiche… non ne voglio parlare, e non importa. Non m’interessa nulla di tutto ciò, tolto lo stupore iniziale. Rimane la voce: quella, nonostante tutto, non va via. La ritrovo nel disco preso 21 anni fa, che riascolto ancora una volta, non più con il lettore CD “portatile”, ma sempre cuffie in testa. La ritrovo in ogni brano che mi ha accompagnato e che continuerò ad ascoltare in loop insieme a tutti quelli di tanti altri artisti a me cari. E mi immergo nel suono rabbioso e sofferente di quella splendida voce graffiata, di quelle chitarre ovattate e del sound piacevolmente cupo che mi ha accompagnato per più di due decenni. E adesso, nonostante tutto, ancora una volta, sorrido e spingo “Play”.

Masini: il live report del concerto di Milano

Musica, parole e umorismo. Questa è la sintesi dello show di Marco Masini, “Spostato di un secondo Live”, avuto luogo lo scorso 7 maggio al Teatro Linearciak di Milano.

Una copiosa affluenza di pubblico ha accolto il cantautore toscano, con intensa partecipazione e grande affetto durante l’intera manifestazione: quasi due ore durante le quali Masini ha esibito una performance appassionata e coinvolgente, alternando i brani del repertorio classico alle composizioni più recenti.

Lo show è stato anche allietato da alcuni simpatici intermezzi, durante i quali il cantante ha scherzato con i presenti, sfoggiando un umorismo accattivante e conferendo alla serata un’atmosfera leggera e serena.

Al teatro si è raccolto un pubblico molto eterogeneo, costituito da persone di tutte le età, a testimonianza dell’ampio ventaglio di appassionati che il cantante attira a sé attraverso la propria musica. L’entusiasmo è stato tale che i fan, inizialmente distribuiti sulle poltrone della platea, via via si sono trovati raccolti a ridosso del palco, in piedi, ad acclamare il proprio beniamino, il quale è stato prodigo di riconoscenza nei confronti di coloro che con tanto affetto lo seguono ovunque da tempo.

Oltre alle note canzoni dell’artista fiorentino, tra cui “Le ragazze serie” e “Ti vorrei”, un’intensa esecuzione del brano dello scomparso Giorgio Faletti, “Signor Tenente”, ha catturato il pubblico, suscitando parecchia emozione.

“Questa città mi ha dato sempre tanto, per cui sono sempre molto felice di essere qui” ha annunciato dal palco, raccogliendo la risposta calorosa del popolo milanese, il quale lascia il teatro dopo circa due ore di show intenso, ricordo memorabile per ogni fan presente alla serata.

Il Masini che si conosceva un tempo, “disperato”, un po’ cupo, ha ceduto il palco a un uomo maturo che ostenta una sicurezza e un temperamento solare a tratti contagioso, sia nell’esibizione canora che nella pura presenza scenica, attraverso un comportamento socievole e scherzoso. Sono questi i punti di forza di un Marco Masini più solido e spigliato, in grado di suscitare simpatia e apprezzamenti anche da parte di chi non sia esplicitamente suo fan.

“Ti racconto di me”: la videointervista a Marco Masini

La videointervista a Marco Masini. Seguici sul nostro canale You Tube