Meadows End – Sojourn: la recensione

Quando si tratta di Scandinavia, è innegabile che il panorama musicale metal attinga da essa una quantità inesauribile di artisti eccezionali. Ne abbiamo parlato ampiamente in diversi articoli, tra cui una precedente recensione dell’album degli svedesi Meadows End, band Death metal autrice di due produzioni indipendenti. Il sestetto scandinavo, in attività dal 1997, deuttò nel 2010 con la pubblicazione di “Ode to Quietus”, caratterizzato da tinte fosche e atmosfere surreali. Quattro anni dopo, a confermare i riscontri entusiastici della prima opera, giunge “The Sufferwell”, un capolavoro che ha ottenuto consensi positivi in tutto il mondo.

Il prossimo 29 febbraio uscirà il terzo lavoro dei ragazzi di Örnsköldsvik: “Sojourn”, un concept partorito attraverso la raccolta e il riarrangiamento di tracce presenti su demo ed EP, pubblicati durante gli anni compresi tra il 1999 e il 2006. Durante il 2015, l’album è stato svelato gradualmente tramite il canale Youtube della band, proponendo una traccia ogni mese, suscitando elevato gradimento da parte dei fan.

Il nuovo lavoro si presenta nel migliore dei modi fin da subito. L’apertura è affidata ad “Amidst the Villains”, il cui incipit concitato di batteria, chitarra e pianoforte,. precipita immediatamente l’ascoltatore in un’ambientazione ultraterrena e aggressiva

Durante lo scorrere delle tracce, tali scenari assumono maggior consistenza, creando uno contesto fedele allo stile dei Meadows End: atmosfere eteree, sospese in un universo decadente, descritte attraverso sonorità intense e brutali, e pur sempre impregnate di una melodica eleganza. Un ensemble che offre alle orecchie dell’ascoltatore una sensazione di potenza solenne ed estremamente coinvolgente. La voce possente e cattiva di Johan “The Brute” Brandberg ruggisce come sempre, spiccando in una maestosa sinfonia metal, coadiuvato persistentemente da tastiere e pianoforte, a eseguire un contrasto perfetto: armonicamente antitetici. Sezione ritmica martellante, piena e decisa, offre un supporto solidissimo alle chitarre, le quali completano il quadro musicale con aggressività e precisione chirurgica. Dodici brani e una bonus track dalla potenza squassante, dai ritmi vorticanti, e tuttavia sempre costellata da una eleganza che rende caratteristica ogni produzione dei Meadows End. La canzone “Soulslain” presenta un incipit ipnotico di pianoforte, delicato e sognante, per poi aggiungere la “cattiveria” del metal, attraverso chitarre ringhianti, snodandosi lungo i passaggi di voce, basso e batteria, il tutto costantemente accompagnato da suoni orchestrali e tastiere.

La traccia che spicca fra tutte è probabilmente “End of Fallens”, la quale incarna tutti gli aspetti stilistici caratteristici di questa straordinaria band. Un brano martellante, frenetico e carico di energia dirompente, venata costantemente da quella ormai caratteristica sfumatura ultraterrena.

Ogni canzone presenta una complessità di esecuzione da far spavento: tecnicamente ogni singolo musicista mostra competenza e abilità strabilianti. I suoni sono sempre puliti e precisi; ogni strumento è perfettamente identificabile dall’ascoltatore, e si fonde in un’opera di rara armonia. Un lavoro complesso, articolato e sapientemente prodotto, dal concepimento dei brani, fino alla masterizzazione del disco.

“Sojourn” rappresenta un lavoro fantastico: unisce con maestria potente brutalità e ammaliante sinfonia. Dotato di eleganza ferina, questo nuovo capolavoro dei Meadows End è in grado di suscitare sensazioni estremamente potenti, attraverso una esecuzione impeccabile. Ogni senso viene risvegliato con decisione e armonia, e trascinato lungo una strada di suoni solenni e severi.

Ci troviamo di fronte a un altro capolavoro della band svedese, la quale dimostra ancora una volta cosa significhino le parole “talento” e “iniziativa”: etichetta indipendente, tre album, un tour in Spagna, e consensi entusiasti in tutto il mondo. Chapeau.

 Ascolta “Sojourn” su Spotify

Meadows End – The Sufferwell: la recensione

Oggi trattiamo di un gruppo rivelatosi una piacevole scoperta tempo addietro: i Meadows End. La band svedese ha debuttato con l’ottimo “Ode to Quietus” e oggi torna con il secondo lavoro autoprodotto: “The Sufferwell”. Si tratta di un prodotto dalle atmosfere cupe e decadenti, venate da sfumature melodiche, tipiche del genere. I ritmi sono serrati, a volte fin dall’inizio, mentre in alcuni brani si ha un’ouverture più delicata, come nel caso della traccia d’apertura, “King of greed”: l’incipit di pianoforte apre elegantemente un’esecuzione rabbiosa e armonica, che prosegue durante lo svolgimento dell’intera opera. Le atmosfere assumono tratti eterei e solenni, creando un concerto efficace e ben equilibrato. La batteria tuona con violenza e maestria, le chitarre ruggiscono alla stregua di bestie inferocite, il growl risuona possente e furioso come un demone. Il basso completa alla grande la sezione ritmica, conferendo al sound un tono pieno e completo. Tastiere e arrangiamenti orchestrali donano una sfumatura delicata e una tinta “operistica” all’album, rendendo il tutto un mirabolante connubio di eleganza e potenza.

Ogni brano porta per mano l’ascoltatore in un ambiente ultraterreno, mostrandogli attraverso i suoni un dipinto raffigurante angeli vendicatori, nubi squarciate da fulmini, e il crollo della volta celeste. Tracce come “Devilspeed Loathekill” sono un’esplosione di adrenalina e tecnicismi, che trascinano senza requie l’ascoltatore in un vortice di potenza sinfonica. Sottolineiamo anche la presenza di una bella ballata, “Under a canopy of stars”, eseguita vocalmente da una sconosciuta ma dotata cantante femminile.

Il suono, lo ribadiamo, è deciso, aggressivo, eppure non ferisce i timpani, ma pare scuoterli con veemenza. Sensazioni intense ad ogni passaggio, ad ogni riff, rendono il lavoro dei Meadows end un prodotto di altissima qualità, dai contrasti forti, ma sapientemente miscelati.

“The Sufferwell” è indubbiamente un album che merita una posizione nelle migliori produzioni del genere melodic death metal. Consigliatissimo a chiunque sappia apprezzare le ambientazioni cupe e il growl. È un disco ben costruito, il quale presenta un gran valore sia dal punto di vista tecnico che emozionale.

Non possiamo che porgere i nostri complimenti alla band svedese, la quale conferma e amplifica le ottime impressioni generate dal precedente “Ode to Quietus”.

 Ascolta “The Sufferwell” su Spotify