Racconti brevi: “Footing”

Correva lungo i viali alberati, con lo stereo nelle orecchie e la testa piena di pensieri. Correre l’aiutava a mettere ordine in quel guazzabuglio mentale che le aveva fatto compiere tante stupidaggini. Mentre le Nike bianche e rosse pestavano l’asfalto, la playlist sceglieva Brillant disguise di Bruce Springsteen; quel pezzo si adattava all’andatura che aveva assunto. Spinta dalla carica della musica, decise di aumentare leggermente il passo. Superò il castello del Valentino e l’orto botanico, quando iniziò a pensare: la sua vita stava andando abbastanza bene, anche se alcuni aspetti avrebbero necessitato di una sistemata; sostanzialmente, però, stava bene. Non era felice, ma era convinta che la felicità fosse un traguardo raggiungibile, seppur ancora difficile da scorgere. Chissà quanto avrebbe dovuto correre per arrivarci; forse non sarebbe bastata una vita di corsa. Strizzò più volte gli occhi, scacciando quel pensiero disfattista; voleva essere felice e sapeva che prima o poi lo sarebbe stata. Eppure vi erano ancora molte incertezze di fronte a lei; il lavoro precario e un futuro ancora nebuloso, seppur reso meno sfocato da qualche progetto che lentamente prendeva forma.

Sì, ce l’avrebbe fatta, anche se ogni tanto lasciava che la determinazione si venasse di una lieve paura. Uscì dal Valentino e attraversò Corso Vittorio, imboccando il Lungo Po. La Gran Madre pareva fatta d’oro, a causa del sole che la tingeva con pennellate di giallo. Le vennero alla mente le persone che aveva allontanato, le relazioni che aveva troncato; si chiese se avesse avuto torto nel non voler mantenere un rapporto solo perché l’alternativa era la solitudine. Ma sarebbe riuscita a stare con un uomo solo per abitudine, o spinta da un affetto che aveva soltanto l’odore vago dell’amore? No, non era il tipo; per lei sarebbe stato come comprare un profumo d’imitazione: non avrebbe mai avuto la fragranza di un sentimento vero, sincero. Intanto era arrivata in Piazza Vittorio e decise di deviare verso via Po: sicuramente a quell’ora ci sarebbe stato il finimondo, ma non le importava; intanto Iggy Pop prendeva a cantare The passenger. Fare lo slalom tra la gente che passeggiava era difficilissimo e dovette rallentare il passo. Quando arrivò davanti a Fiorio fu tentata di smettere la corsa e fermarsi per un gelato. Rallentò ulteriormente, poi scosse la testa e riprese: Piazza Castello, Via Garibaldi, fino al Quadrilatero. Giunta all’obelisco si fermò, il fiato grosso. Aveva fatto il tragitto spingendo parecchio e senza più pensare. Doveva fermarsi un momento. Quanto le piaceva Torino. Discuteva sovente con amici sul classico dilemma: meglio Torino o Milano? Per lei non c’era dubbio. Torino trasuda storia in ogni sua strada, in ogni pietra posta a terra. Si era innamorata di quella città da quando aveva iniziato a viverci pienamente: mattina, pomeriggio, sera. Prese a correre nuovamente, passando Via Roma e arrivando a Piazza San Carlo. Si fermò nuovamente a guardare quella piazza, ricordando la prima sera in cui l’aveva osservata: aveva iniziato a fantasticare su come sarebbe stato meraviglioso abitare lì. Sarebbe bastato aprire la finestra e affacciarvisi per sentirsi meglio quando le cose non andavano come voleva lei. Non indugiò oltre e riprese la propria corsa, e, mentre di Bruce Springsteen tornava nelle orecchie con “Thunder road”, giunse a casa, dove avrebbe fatto una doccia rilassante e preparato la cena, sempre a suon di musica. Poi, forse, si sarebbe preparata per uscire con alcuni amici, ripercorrendo quelle vie che aveva solcato poche ore prima, sospinta ora da pensieri differenti rispetto a quelli che l’avevano accompagnata per mano in un’ora pomeridiana di footing.

(In sottofondo: Bruce Sprengsteen – Thunder road)

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