Racconti brevi: “Crinale”

L’uomo era in piedi, immobile, sulla cima della montagna. Era scalzo: poteva avvertire le rugose sterpaglie pungergli le piante dei piedi; al contempo delicati fili d’erba li accarezzavano. Una sensazione difficile da definire piacevole o fastidiosa. Una donna, anch’ella scalza, era a pochi passi da lui: di spalle, celava completamente il proprio volto, reso ulteriormente misterioso dai lunghi capelli agitati dal vento. Indossava una veste nera e delicata, spalle e braccia scoperte. La chioma pareva a tratti accesa da un rosso vibrante, forse a causa del sole, che correva lungo ogni singolo capello con impeto, stringendone le fibre con la passione di un amante. L’uomo stava per accostarsi a quella figura delicata, ma, compiuti pochi passi, fu fermato dalla voce di lei. “No” disse solamente. Una singola parola, perentoria, eppur pronunciata con estrema delicatezza. Lui volle replicare, ma si fermò. Rifletté a lungo, mentre le due figure venivano assorbite dal silenzio, venato saltuariamente da sussurri di vento. Lui non ebbe bisogno di spiegazioni, di giustificazioni per quel “no”. Lui sapeva già. Lo sentiva dentro sé: una lama di ghiaccio penetrante, che lentamente si faceva strada nel cuore. La consapevolezza crebbe in lui con eguale inesorabile lentezza, e, mentre ciò avveniva, il tempo prese lentamente a peggiorare: il sole sparì piano piano, occultato da una coltre plumbea, che precipitò la cima in una tenebra quasi notturna. Il vento iniziò ad alzare la propria voce, fino ad urlare, furente.

Lo strazio dell’uomo crebbe d’intensità, accompagnandosi a quel grido potente, fino a librarsi in un acuto lacerante, carico di potenza, di dolore, innalzandosi al cielo, e tornando a terra a cavallo di un fulmine ferino. Un temporale rabbioso prese a fustigare cielo e terra, scatenando il proprio dolore in saette e lacrime di pioggia. Poi, altrettanto lentamente, la tempesta si quietò. L’uomo era fradicio, crollato in ginocchio sotto i colpi martellanti del nubifragio. Il capo chino, i capelli in ciocche gocciolanti gli coprivano il volto. La donna era rimasta inalterata, in piedi, solenne. Bellissima, adornata da un’aurea di mistica quiete. Così come il sole sorge lentamente all’alba, la luce prese nuovamente a baciare la figura a terra: gli abiti zuppi presero ad asciugarsi. Strinse i pugni, e sentì nuova linfa rovente corrergli nelle vene: il fuoco della passione, del desiderio di vivere, ardeva nel petto, e divampava in ogni sua fibra. Si alzò, lentamente, ma con decisione. Anche l’uomo, ora, era pervaso da un alone luminoso, caldo e rincuorante.

Le due auree si espansero, fino a toccarsi per pochi attimi, compenetrandosi vicendevolmente; si affievolirono quel tanto sufficiente a separarle. L’uomo si allontanò, in parte sereno, in parte addolorato, mentre il cielo tornava ad assumere tinte bizzarre: nuvole rosate tappezzavano un azzurro mirabolante, irripetibile. Era la cornice di un’opera che, pur non essendo stata eseguita, sarebbe stata la composizione più appassionante concepita dalla fantasia del più geniale degli artisti.

(In sottofondo: Demons & wizards – Fiddler on the green; R.E.M. – Half a world away)

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *