Metallica – Hardwired… to Self – Destruct: la recensione

Per un artista la propria affermazione rappresenta indubbiamente un traguardo cardinale nella carriera, e il suo raggiungimento può essere un’arma a doppio taglio. Alcuni musicisti, una volta ottenuto un grande riscontro, con il tempo hanno rischiato di lasciarsi cullare dalla propria notorietà, tralasciando ispirazioni e finendo per “vivere di rendita”. Come in ogni realtà, anche in quella musicale il tragitto nel corso del tempo permette di osservarne la continuità e di analizzare i cambiamenti che un musicista ha compiuto su sé stesso e sul proprio lavoro.

I Metallica si sono indubbiamente consolidati nel tempo, ed hanno contribuito a distribuire il metal in un panorama più ampio, permettendo, insieme ad altri illustri nomi, di far avvicinare a una parte del genere un pubblico altrimenti completamente distante.

Il 18 novembre è stato rilasciato “Hardwired… to self-destruct”, decimo studio album della band di Los Angeles, un ritorno dopo otto anni di silenzio nelle sale di registrazione.

Il nuovo album è ricco di energia, ma di difficile interpretazione. Alcuni bei riff di chitarra, pieni e aggressivi, come in “Now that we’re dead”, non particolarmente elaborati, ma di presa e coinvolgenti; bella canzone che inizia molto bene, ritmata e aggressiva, in cui si sente tutta la band darci dentro, senza esagerare, ma con piglio deciso e polso fermo. Nel complesso il disco si snoda attraverso un sound a metà tra il rock duro e il metal; un paio di tracce non entusiasmanti, ma nell’insieme il lavoro presenta tanta energia. Purtroppo l’inventiva non è al massimo: i Metallica hanno saputo proporsi in vesti differenti nel corso degli anni, suscitando sempre un crescente apprezzamento, tuttavia non vi è nulla di rivoluzionario in questo lavoro che possa renderlo un capolavoro. “Hardwired” ricorda una rivisitazione di “Battery”, e, seppure la sua esecuzione sia coinvolgente, esso ricorda troppo la traccia di apertura di “Master of Puppets” per non lasciare l’ascoltatore perplesso. “Manunkind” prende atmosfere molto rock, sullo stile di “Load” e “Reload”; non male, anche se forse eccessivamente lunga, risultando un po’ dispersiva. “Spit out the bone”, come altri pezzi, ricorda qualcosa dei precedenti lavori dei Metallica: inizio veloce, sullo stile dei brani di “Kill’em all”, si snoda attraverso riff veloci e sezione ritmica più concreta. Bel brano che rende giustizia al nome dei Metallica, e coinvolge l’ascoltatore riportandogli atmosfere passate, e tuttavia senza voler ricopiare qualcosa di già scritto. “Here comes revenge” mostra un incipit molto bello e drammatico, proseguendo in un sound aggressivo, che riporta lievemente ad alcune sfumature di “Death Magnetic”. Il brano “Murder One” è stato scritto per onorare la memoria del frontman dei Motorhead, Lemmy; un inizio bello e di personalità, con atmosfere che prendono corpo, ma che purtroppo si perdono dopo la metà, rendendo l’ascolto un po’ ripetitivo e ridondante.

“Hardwired… to self-destruct” si presenta come una voce prepotente a richiamare l’attenzione su una band che ha fatto la storia del metal, apparentemente con l’intenzione (voluta o meno) di riprendere gli stili adottati nel corso della carriera. Il disco si sostiene su Hetfield, inossidabile frontman del gruppo: chitarra rombante e voce graffiante. La batteria di Urlich, oggettivamente il punto debole dei Metallica, si riscatta parzialmente in alcuni brani che compongono quest’opera.

Un album che può essere considerato come un tentativo di tornare a tempi andati, ricco di energia e, seppure carente d’inventiva, mostra una certa grinta. Pecca un po’ di dispersività su alcune tracce, una cui maggior brevità avrebbe potuto renderne l’impatto molto più significativo.

Dopo il lancio dei dimenticabili “st. Anger” e “Lulu”, e performance live che hanno lasciato l’amaro in bocca negli spettatori, l’uscita di questo lavoro è stata accolta con un po’ di scetticismo, e il primo impatto lascia piuttosto disorientati. L’ascolto non è facilissimo, a causa delle sonorità molto diverse, che paiono non portare l’identità dell’album verso una direzione precisa.

“Hardwired… to self-destruct” necessita di un esame attento, e un solo passaggio non è sufficiente per capirlo appieno. È un album da ascoltare e riascoltare, per poter coglierne le sfumature, finendo per apprezzare alcuni brani e aborrirne altri. Un buon lavoro, complesso; una sorta di “antologia stilistica” in cui i brani richiamano grandi successi del passato, senza essere nostalgici e procedendo comunque al passo con i tempi.

Ascolta “Hardwired… to Self – Destruct” su Spotify

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