Marilyn Manson – “Heaven Upside Down”: La recensione

La complessità di Marilyn Manson è qualcosa che porta sempre a discuterne, sia si tratti della coreografia (dentro e fuori dal palco), che delle sue produzioni musicali. Questo nuovo “Heaven Upside Down” è un lavoro articolato e che incarna perfettamente la multipla identità di Brian Warner. Piaccia o meno, Il Reverendo ha saputo creare un’immagine forte, controversa, e che ha permesso di parlarne sempre, nel bene e nel male.

L’uscita di questo suo nuovo lavoro è giunta dopo lunghissime attese, annunci e rinvii, comprese congetture e smentite sul presunto nome che sarebbe stato attribuito al full length; alla fine, ad ogni modo, eccolo qua, “Heaven Upside Down”, lavoro arduo da descrivere, specchio della complessa personalità di un artista intelligente e poliedrico.

Apertura affidata a “Revelation #12”, un pezzo che ci riporta alle sonorità urlate del Manson di “Antichrist Superstar”, rabbioso e angosciante. Ritroviamo le atmosfere di “Mechanical Animals” in una bellissima “Blood Honey”, un lento incedere in cui si percepisce la malinconia rugginosa che fa parte del carattere sfaccettato di Manson.

È in questa maniera che l’intero album si snoda: un ibrido ottenuto dall’unione degli stili che l’artista ha adottato durante la propria carriera, mutando in sé stesso di continuo. “Heaven Upside Down” è Marilyn Manson che si specchia in Brian Warner: l’androgino e mostruoso anticristo si guarda nella propria immagine riflessa, quella di un uomo vestito elegantemente, i capelli ben pettinati, gli occhi di un solo colore. Eppure, in tutta questa ambivalente metamorfosi, rimane inalterato il moto di condanna verso una società marcescente e violenta.

“WE KNOW WHERE YOU FUCKING LIVE” riporta ancora le sonorità degli anni ’90, ed esprime, con sferzante chiarezza, le utopiche convinzioni di libertà distorte, a cui segue il caos e la violenza di panorami che ricordano, nel testo, i recenti fatti di Las Vegas; neanche a farlo apposta, l’uscita di questo LP cade in un momento tale da enfatizzarne ulteriormente le tematiche. Un brano forte, il cui titolo, come altri, è scritto completamente in maiuscolo, a sottolineare il tono “urlato” con cui viene proposto.

“Tattooed In Reverse” è un brano grottesco, che pare volersi rifare alla bellissima “The Dope Show”, scimmiottandone il ritmo; forse uno dei pezzi meno riusciti dell’album, che non coinvolge completamente.
Anche “JE$U$ CRI$I$” mostra un sound un po’ incerto e confuso, con un cambio di ritmo troppo repentino e disarmonico, che non lo rende particolarmente esaltante. La title track è un brano con sfumature melodiche, il cui ritmo orecchiabile lo porterà probabilmente ad essere proposto in radio nei prossimi mesi, mentre era già conosciuta “KILL4ME”, secondo singolo lanciato in anteprima e dalle sonorità ibride che hanno permesso il lancio del nuovo album rimanendo connesso al precedente “The Pale Emperor”.

Dallo stesso nono album fuoriesce il profilo di “SAY10”, gran bel pezzo che vanta ritmi crescenti, partendo da un incipit quasi immobile, da un sussurro, e che via via prende sempre più potenza, con rabbia esplosiva, si ferma e riprende ancora, più feroce.
“Saturnalia” mostra ancora le tinte più recenti dipinte dal Reverendo, attraverso sonorità elettroniche e un incipit lento e cupo, in crescendo: otto minuti di canzone sono forse troppi da proporre, tuttavia scorrono piuttosto bene attraverso atmosfere ovattate, dal ritmo sì molto lineare, eppure accattivante.
La chiusura è affidata a “Threats Of Romance”, brano dal vago sapore blues in alcune sue parti: melodico e lento, nasconde attraverso le note tranquille una ferocia che divampa solo alla conclusione, attraverso le urla con cui Manson termina la performance.

“Heaven Upside Down” è un buon album, non uno dei migliori, ma che mostra comunque complessità molto articolate: un singolo ascolto non è sufficiente per consentire di recepirne tutte le sfumature, così come non basta sentire distrattamente un brano di Marilyn Manson, o dedicargli un fugace sguardo, per comprenderlo appieno: la sua figura, la sua musica, rappresentano la duplice identità di una società che ipocritamente si definisce civile, si atteggia a gente evoluta, ordinata, ma che nasconde un grottesco e violento animo, il quale scaturisce all’improvviso, con ferocia, urlando il proprio disagio e ostentando il proprio agghiacciante volto.

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