La falena nella fiamma

James è seduto in camerino. Fissa un punto indefinito di fronte a lui; le mani giunte, gli indici sfiorano le labbra. Il torso leggermente piegato in avanti tradisce un nervosismo che non può essere cancellato neppure da anni di esperienza e successo planetario. È una leggenda, eppure al pensiero di salire sul palco si emoziona come fosse la prima volta.

Lo chiamano: è ora. Tira un lungo sospiro lasciando andare un po’ di tensione, dopodichè si alza, raggiungendo Kirk, Robert e Lars. Manca poco, intanto si sente partire la loro “colonna sonora” che sancisce l’ingresso, l’inizio dell’ennesimo show: “The Ecstasy Of Gold” di Morricone scorre lentamente. È meravigliosa, perfetta per descrivere l’atmosfera intensa ed epica, la trepidazione che pubblico e band condividono. La musica de “Il Buono, il Brutto, il Cattivo” prosegue in crescendo, mentre la folla echeggia in coro, e i ragazzi si stringono in circolo, caricandosi a vicenda.

Si entra, e mentre incede verso il palco, James scarica ancora un po’ di nervosismo allargando le braccia, lasciandosi sfuggire un eloquente: “Andiamo, cazzoooooo!”. Il palazzetto esplode quando i quattro calcano la scena; la bolgia s’incendia ulteriormente all’attacco del primo pezzo: è “Hardwired”. Il pubblico si lascia trascinare dai riff frenetici di un brano che riporta alla mente la cattiveria dei pezzi storici.

Lo spettacolo è allucinante: una struttura di luci e fiamme; cubi giganti in cui scorrono immagini, a sovrastare il grande palco circolare, su cui i quattro si spostano da un’estremitàa all’altra, circondati da migliaia di persone impazzite. Età diverse, generazioni che si susseguono: perfino genitori con i giovanissimi figli scalpitanti.

Li osserva, James, sorridendo e parlando con loro in un intermezzo: «Sei qui con i tuoi? Hai dei genitori fenomenali!» sorride al ragazzino, che ricambia felicissimo, annuendo dalla transenna, circondato da mamma, papà, e trentamila anime urlanti. Una passione tramandata, una famiglia in una bolgia metal, carica di un’energia positiva, rinvigorente, che non molti comprendono e tanti disprezzano a priori.

Hetfield si rabbuia un attimo durante “Nothing Else Matters”, soffermandosi con la mente a tutti gli anni trascorsi, alle difficoltà che da fuori non si vedono. Rivive i litigi furiosi con Lars, la rottura imminente, la rabbia repressa, mai lasciata andare realmente.

Rivede ancora distinti i momenti terribili della morte di Cliff: il pullman ribaltato, le sue gambe che vi spuntano da sotto. E il rifiuto durato anni, vomitato addosso a Jason, ritenuto quasi colpevole di averne preso il posto. Tutto questo è rimasto latente per anni, lo sa, James. Poi è esploso, di botto, e i Metallica hanno rischiato di non esistere più: Jason va via, mentre lui, Lars e Kirk si scannano a un tavolo, sputandosi in faccia l’un laltro il proprio dolore.

C’è chi dice che si sono rammolliti, che sono invecchiati. Se lo ricorda, Hetfield, quando si erano tagliati i capelli. “I metallari hanno i capelli lunghi” berciava qualcuno. Stai a vedere che ora la musica si fa con pettine e forbici!

Il “Black Album”, “Load” e “Reload”… fanno allontanare chi li taccia di tradimento, chi li accusa di “essersi venduti”, eppure consentono a molti neofiti di avvicinarsi incuriositi: ragazzini che approfondiscono il genere, scoprendo solo in seguito capolavori come “Master Of Puppets”, “For Whom The Bell Tolls” e “One”. Così giungono nuovi proseliti, che arrivano ascoltando “Until It Sleeps” e “The Unforgiven”,  e rimangono immergendosi nelle sonorità incredibili di “Orion”, le percosse di “Battery”. James lo sa che i Metallica sono tutto questo: sono la furia giovanile di “Hit The Lights”, e anche la calma sperimentale di “Low Man’s Lyric”, lo si voglia o no.

Ci ha messo un po’ a rendersi conto che la sua autostima non dipendeva da come lo vedono le persone intorno al palco, ma ora le cose sono cambiate. La gente non se ne rende conto: vede da fuori una rockstar o un attore e pensa che sia tutto rose e fiori, che sia fighissimo: soldi, fama… fare quello che vuoi…

Lo sa benissimo che moltissimi farebbero volentieri a cambio, tuttavia non è quello il punto, e non è proprio come si vede da fuori: James ha cinquantacinque anni, ma ricorda ancora nitidamente i primi tempi, gli eccessi e le stupidaggini giovanili; i litigi con Mustaine… Quando sei giovane e impetuoso, pensi di poter spaccare il mondo con un pugno. Il tempo ti aiuta a capire, se hai l’umiltà di fermarti a riflettere sui tuoi errori. Non ti spegni, non perdi forza per questo, anzi, impari a incanalarla al meglio, a sfruttarne ogni molecola.

Ed ecco lì la potenza di un uomo che ha sconfitto le sue paure, le proprie debolezze, ottenendo il successo, quello autentico, perché “successo” non è sfornare dischi e fare tour mondiali con sold-out costanti. Il vero successo è non farsi schiacciare da tutto questo: non soccombere sotto l’autoglorificazione, non cedere alla paura di fallire, non sottostare al mercato o alle aspettative di chi ti desidera in un modo e si arroga il diritto di definire chi sei. E allora, riesci a fare quello che vuoi, interamente, realmente. Scegli di fare la musica che preferisci, che senti in quella maniera, e in quel preciso momento.

Scegli di stravolgere i tuoi canoni, di fare anche qualche cazzata, ma in totale libertà, accettando le critiche del pubblico o anche infischiandotene, senza rinnegare comunque ciò che hai fatto.

E allora accade che, al concerto, chiedi al pubblico se il nuovo album piace: «Do you like it?». E quando ottieni una risposta tiepida, hai le palle per chiederlo ancora, più convinto: «DO YOU LIKE IT?!», non per qualche glorificazione; sai che non a tutti piace, che molti rimangono attaccati ai vecchi successi, ma quello fa parte di te, e lo difendi. Difendi il tuo lavoro, sai che ha un valore, ne hai la conferma quando suoni “Moth Into Flame” o “Now That We’re Dead”. La gente s’infiamma, perché sei James Hetfield, un’icona, ma tu sei lì sul palco perché sei tu, un uomo, e lo sei trecentosessantacinque giorni l’anno, dentro e fuori dal palco.

Lo show finisce: i quattro sono stanchi, dopo due ore e mezza di concerto e spettacolo pazzesco, in cui ognuno si è spremuto fino all’osso. Stanchi, sudati fradici, ma sorridenti. In ognuno di loro splende una luce di serenità che troppo sovente viene data per scontata in chi si presume abbia tutto. James saluta, accanto a Lars, stretti in un abbraccio. Tira un lungo sospiro soddisfatto, lasciando andare gli ultimi scampoli di tensione, tradendo l’emozione di chi è cresciuto senza invecchiare, senza ingrigirsi; l’emozione di chi ha sconfitto i propri demoni, accettando le debolezze senza soccombere ad esse. Ne ha tratto ulteriore forza, altra energia: la si vede fuoriuscire ad ogni riff, ad ogni strofa, è palpabile. Questo è “metal”. Questo è “Metallica”.

James si riprende, destatosi da un sogno ad occhi aperti, un dejavu, una premonizione… tutto in un’unica visione. È nel camerino, seduto, le mani giunte. Un attimo di smarrimento, un solo istante, poi un sorriso: lo ha vissuto infinite volte, tutto quell’incredibile percorso, e sta per farlo di nuovo. Stringe gli occhi come a mettere a fuoco qualcosa, come a richiamare un’immagine, quando viene chiamato: è ora. Si alza in piedi, tira un lungo sospiro, ancora sorridente. Gli occhi azzurri scintillano di entusiasmo e tensione, mentre, in un lentissimo fade-in, “The Ecstasy Of Gold” prende a echeggiare, via via crescendo insieme al coro del pubblico in trepidante attesa, pronto ad accogliere i “Four Horsemen” per un’altra nottata memorabile, fatta di musica, di passione, di incubi sconfitti, e di sogni realizzati.

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