KLOGR – Black Snow: la recensione

L’Italia è indubbiamente il paese più creativo al mondo. La nostra storia ci ha portato un eterogeneo patrimonio culturale, attraverso cui abbiamo potuto esprimere sfumature di espressività talmente variabili da farne risultare impercettibili le differenze stilistiche in numerosi casi.

Parlando di musica, la variabilità di genere risulta altrettanto netta, eppure scarsamente alimentata, e sovente ostracizzata; molti esponenti degni di nota finiscono per essere relegati a riflettori secondari, senza godere della meritata visibilità. Tratteremo tale aspetto in seguito; oggi vogliamo dissertare su un’altra band dello stivale in grado di dare un importante contribuito alla causa musicale del metallo: i KLOGR.

I KLOG sono un gruppo di Carpi, detentori di un successo apparentemente di poco conto, e tuttavia rilevante nel mercato italiano: trovare copie di un loro album sugli scaffali di un noto rivenditore di dischi internazionale, colpevole di possedere solamente i “soliti noti” alla voce “metal” del proprio inventario. Un successo emblematico e che forse fa ben sperare nell’adeguato riconoscimento dei nostri artisti di metallo.

Trattiamo oggi di “Black Snow”, ultimo lavoro dei K Log R (questa la pronuncia corretta, rigorosamente in inglese). L’album uscito da un mese abbondante rappresenta la seconda fatica della formazione emiliana capitanata da Gabriele “Rusty” Rustichelli, a tre anni dall’uscita dell’album d’esordio: “Till you decay”.

Black Snow si presenta come un mantenimento dello stile adottato precedentemente: tematiche di forte critica nei confronti del genere umano, descritte con piglio aggressivo a suon di riff, rese ulteriormente drammatiche da un’ambientazione cupa e onirica.

La presentazione dell’album è degna delle migliori produzioni: custodia in cartoncino “deluxe”, su cui campeggia un cristallo di neve, le cui tinte, così come il titolo, descrivono esaurientemente una forte connotazione antitetica: sfumature chiare e scure si fondono, miscelando gli antipodi. È così anche per l’atmosfera creata dalle canzoni presenti nell’album: un approccio costantemente aggressivo, a colpi di chitarra e batteria, si fonde con un’atmosfera venata da una tinta apatica e surreale, suscitando nel complesso sensazioni contrastanti e intense.

Stilisticamente il profilo dei KLOGR non è di facile inserimento, in quanto il sound è talmente particolare da non mostrare nette connotazioni con generi ben definiti, pertanto relegarli in un filone ben specifico (e forse esageratamente dettagliato, come accade con alcuni gruppi), potrebbe essere riduttivo: sono i KLOGR, e il nome, di per sé, è emblematico: il nome KLOGR deriva dall’equazione S = K log R , o legge di Weber – Fechner, la quale esprime, in termini semplificati, la relazione tra uno stimolo fisico e la percezione soggettiva dello stimolo stesso. Ascoltando l’album, si comprende quanto tale definizione sia calzante.

Durante l’esecuzione, la voce di Rustichelli mantiene un tono in equilibrio tra il melodico e l’incipit dello scream, avvolgendo ulteriormente il suono in un’atmosfera sognante e ovattata, eppure estremamente reattiva, pungolata dai riff decisi e cattivi al punto giusto. Brani come “Room to doubt” e “Hell to income” descrivono pienamente questo connubio di sensazioni; sensazioni che paiono lottare tra loro per il sopravvento sull’ascoltatore, il quale viene squassato con forza da simile conflitto.

I responsi positivi giungono anche dal piano puramente tecnico: i riff di chitarra sono puliti e ben strutturati; la voce presenta il timbro adatto per le atmosfere, e viene distorta adeguatamente in precisi contesti aumentando la tensione musicale, come in “Severed life”. Sono presenti due brani più lenti, due “ballads”, che spezzano adeguatamente il ritmo deciso, offrendo così un buon contrasto tra le tracce, in linea con il profilo antitetico tenuto da tutto il lavoro del roster emiliano.

Complessivamente ci troviamo di fronte a un buon lavoro, dotato di personalità e di sufficiente variabilità da permetterne a lungo il riascolto delle tracce. È indubbiamente un album facente parte di quella categoria di lavori da “ascoltare senza fare altro”, in modo da potersi immergere completamente nell’atmosfera generata dalla sequenza di note. Le atmosfere, lo ribadiamo, sono ben delineate, e la sensazione di conflitto generata dal sound curato e ricercato è mantenuta costante durante lo svolgimento delle tracce.

I KLOGR hanno svolto un buon lavoro non solo dal punto di vista musicale, ma nell’intero ambito comunicativo, attraverso un utilizzo intelligente dei mezzi informatici attualmente disponibili: video virali e partecipazioni a eventi, adeguatamente messi in evidenza, accrescono la loro notorietà, e attestano un’intelligenza comunicativa già dimostrata con il progetto KLOGR stesso, dalla scelta del nome, allo sviluppo dell’intero percorso creativo.

 Ascolta “Black Snow” su Spotify

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