Hey Chris, io continuo a premere “Play”

Questo CD ha più di vent’anni. Sembra nuovo, tanto è ben tenuto, questo perché i dischi li tratto come reliquie. Me li sono sudati, i Compact Disc: facevo i lavori più disparati per prenderli, e quando ne avevo la possibilità, via al negozio di dischi. Costavano più delle cassette, ma sapevo che sarebbero durati negli anni, a dispetto dei nastri, che, tra l’altro, mi si svolgevano sempre in stelle filanti brune, e allora dovevi andare giù di matita per riavvolgerli.

Di anni ne sono passati, e il tempo cambia irrimediabilmente le cose: il negozio in fondo al Corso, il “Master Dischi”, è sparito da tempo. Lì andavo a spendere i miei pochi soldi in un compact dei Queen, in un album degli Iron Maiden, talvolta “toppando” sulla scelta, come quando presi il CD omonimo dei Blur, solo perché c’era “Song 2”. Mica c’erano Spotify e You Tube per il preascolto: te li dovevi prendere a scatola chiusa, magari potevi essere fortunato e ascoltarli in cuffia in negozio, e allora era manna dal cielo, ma di norma era un terno al lotto.

Questo disco, comprato nell’inverno del ’96, mi colpì, nella sua interezza: lo presi per una canzone, come mi succedeva sovente; lo acquistai per “Pretty Noose”, ascoltata su MTV (quando MTV faceva musica e non spazzatura chiamata “reality”); quella voce… così strana… mi aveva toccato all’istante. Sentivo il timbro di Cornell salire distorto in un urlo che vomitava un dolore palpabile e rabbioso. Lo avvertivo crescere nella quieta tonalità di “Blow Up the Outside World”, prima di esplodere di botto, nell’acuto strillato del ritornello.

Chris Cornell l’ho visto e sentito sempre così: un urlo ferito e sofferente, anche nelle esecuzioni che in apparenza non avevano nulla di triste; sia che fosse “You Know My Name”, apertura del bellissimo film “Casino Royale”, sia che fosse nella cattiva “Rusty Cage”, in “Kickstand” in “Flower” o in “Black Hole Sun”. Un grido che mi ha sempre stretto il cuore senza ferirmi, in un concerto di emozioni agrodolci, da cui impossibile staccarvisi, sia che cantasse con i Soundgarden, con i Temple of the Dog o con gli Audioslave: era lui a conferire l’essenza di quel sound, attraverso la sua voce unica, da me una delle più amate.

Di come mi abbia colpito la notizia della sua scomparsa, delle dinamiche… non ne voglio parlare, e non importa. Non m’interessa nulla di tutto ciò, tolto lo stupore iniziale. Rimane la voce: quella, nonostante tutto, non va via. La ritrovo nel disco preso 21 anni fa, che riascolto ancora una volta, non più con il lettore CD “portatile”, ma sempre cuffie in testa. La ritrovo in ogni brano che mi ha accompagnato e che continuerò ad ascoltare in loop insieme a tutti quelli di tanti altri artisti a me cari. E mi immergo nel suono rabbioso e sofferente di quella splendida voce graffiata, di quelle chitarre ovattate e del sound piacevolmente cupo che mi ha accompagnato per più di due decenni. E adesso, nonostante tutto, ancora una volta, sorrido e spingo “Play”.

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