Essere il Duca Bianco non è uno scherzo

Il bianco è un colore particolare: da esso si vira verso ogni sfumatura cromatica, rendendone indefinito il percorso attimo dopo attimo. È la base iniziale di una tela, di un foglio su cui scrivere. Un arcobaleno appena nato sicuramente reca un manto bianco come prima pelle. Al colore bianco si associa il nome del Duca, uno degli istrionici personaggi creati e interpretati da David Bowie, nel corso della propria prolifica e variopinta carriera.
David Robert Jones (vero nome di Bowie) ha dato una nuova definizione all’aggettivo “poliedrico”, indossando vesti di personaggi talmente differenti da segnare nette linee di demarcazione lungo il percorso musicale da lui intrapreso. Interpretazione scenica ed espressione stilistica si miscelano in ogni musicista in quantità differenti, è innegabile; lo stile musicale si fonde con il look e le coreografie nei live, definendo in maniera più nitida l’identità di un artista. Nel caso di Bowie, tali identità hanno subito chiare delineazioni, e tuttavia, non sono rimaste immutate nel corso della sua carriera, permettendogli, tra l’altro, di adattarsi adeguatamente anche in altri ambiti espressivi: il capriccioso e pittoresco principe Jareth del fiabesco “Labyrinth” (di cui ha curato anche la colonna sonora), e l’artista Andy Warhol nel biografico “Basquiat” sono solo due esempi della creatività posseduta da un uomo dalle risorse illimitate e le idee eccentriche.
I suoi alter ego, da Ziggy Stardust al Sottile Duca Bianco, sono stati esempi di creatività ed espressività che prescindono dalle tendenze dettate dal mercato musicale. In questa maniera, Bowie ha potuto esprimersi in libertà, variando incessantemente sul tema; attraverso questo atteggiamento, egli ha potuto regalarci capolavori sorprendentemente differenti: “Heroes” (prodotta insieme a Brian Eno), “Space Oddity”, “Young Americans”, “Absolute Beginners”, “Under Pressure” (meraviglioso lavoro con gli immortali Queen) sono solo alcuni esempi della lunga lista di opere musicali da lui concepite.
Dal punto di vista scenico, le metamorfosi compiute da Bowie sono altrettanto impressionanti. Ziggy Stardust è una figura androgina, dagli abiti sgargianti e i capelli rosso vivo; probabilmente l’alter ego più aderente alla personalità di Bowie, i cui confini tra interprete e personaggio, estremamente labili, ne hanno reso difficile la separazione.

La figura di Ziggy cede il passo a una sequenza di personaggi da far girare la testa: Halloween Jack e il Thin White Duke scandiscono opere musicali dell’artista britannico al ritmo di stagioni, figlie di ispirazioni costanti e viscerali, in un’orgia di informazioni recepite da tutto ciò che lo circonda. Il punto cruciale è dato proprio da questa attitudine da parte di Bowie di osservare e analizzare. I costumi, le abitudini e le convenzioni sociali, ad esempio, portano l’artista a creare contesti scenici a tinte forti, incarnando simboli e costumi in voga in alcuni momenti, e scuotendoli violentemente in altri. La dichiarazione di omosessualità, espressa con un sorriso accennato, in un’epoca in cui tale tabù era talmente forte da negare quasi l’esistenza dell’omosessualità stessa, è un esempio lampante di quanto Bowie abbia osservato i contesti che lo circondavano senza soffermarsi alla superficie. Una mossa simile lo portò alla ribalta, suscitando polemiche da una parte, ed ergendolo a portavoce dell’identità gay dall’altra.
Durante un’intervista, ai primordi della propria carriera, egli espresse un concetto semplice, eppure sovente dimenticato: “Volevo capire quel che capitava”. In una certa maniera, l’ispirazione nasce proprio da una ricezione di informazioni, da un voler comprendere ciò che accade, sviscerandolo, ragionandoci su, sia con le emozioni che con l’intelletto, partorendo messaggi forti e persistenti tanto quanto sia la profondità di tale analisi.
David Bowie, apparentemente, non ha fatto nulla di diverso dalle altre rock star: ha scelto un filone musicale, e ne ha coordinato un ensemble scenico ad hoc, tuttavia, a differenza di molti altri, non è rimasto vincolato a determinati standard, optando per un percorso evolutivo costante e articolato. La sua mutevolezza non è sintomo di assenza di un’identità musicale, piuttosto è un impegno a voler sperimentare sfumature creative che sovente per convenzioni e limiti psicologici portano artisti di talento a reprimere parte della propria espressività, essenza della musica affrancata da convenzioni sociali e cliché commerciali.

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