10

David si alza dalla poltrona di pelle; gesti lenti, colmi della consueta flemma ed eleganza che lo hanno sempre accompagnato.

Si guarda allo specchio: il tre pezzi bianco, il nodo della cravatta impeccabile. Il Sottile Duca Bianco si riflette nel cristallo, sigaretta tra le labbra, sfuma e lascia posto prima a Ziggy Stardust, poi ad Aladdin Sane, il cui volto pitturato ricambia lo sguardo, ammiccandogli complice. Stringe lievemente gli occhi, David, divertito. Sorride, mentre sposta lo sguardo e si dirige verso una sedia a dondolo su cui si trovano i pupazzi di “Labyrinth”, uno dei film che ha interpretato nella sua carriera di artista poliedrico. Prende tra le braccia uno dei goblin del reame del principe Jared, lo culla distrattamente mentre si guarda intorno nella stanza, fino a soffermare lo sguardo sullo scaffale dei dischi.

Gli occhi scorrono sui dorsi, sostando su “The Hot Space” dei Queen e facendogli allargare il sorriso sulle labbra. Pensa ad “Under Pressure” e i brividi corrono lungo la schiena al pensiero di quel capolavoro cantato con Freddie; tornano i ricordi in sala di registrazione, si susseguono le immagini del tributo a Wembley nel ’92 con Annie Lennox, e tante altre scene, di collaborazioni e amicizie: Tina Turner, Mick Jagger, Trent Reznor, i Placebo… Si rende conto solo in quel momento che da quando si era alzato dalla poltrona aveva preso a canticchiare. Aveva iniziato sussurrando “The Jean Genie”, e ora è lì che intona le parole di “Absolute Beginners”…

Chiude per un momento gli occhi, lasciando andare un lungo sospiro, mantenendo il sorriso. Li riapre e riprende a osservare la libreria di dischi, passando sui suoi lavori: “Space Oddity”, “Young Americans”… un’espressione di compiacimento gli illumina il volto. Posa lo sguardo su “Blackstar”, uscito due giorni prima… Ma era davvero due giorni fa? Istintivamente si volta a osservare il “10” sul calendario appeso alla parete, abbassa gli occhi pensieroso, tuttavia è solo un istante e torna a sorridere.

Osserva la porta della stanza. Seppur non ricordi dove si trovi, sa che oltre essa lo attendono un palco e una folla urlante, fatta di persone che lo amano incondizionatamente. Riprendendo a intonare le proprie canzoni, s’incammina lentamente verso la porta; sente la folla chiamarlo dall’altra parte, a gran voce. Sorride, canticchiando “Heroes”: «We can be heroes, just for one day», sussurra mentre afferra la maniglia e schiude l’uscio dal quale un boato immenso lo abbraccia ancora una volta.

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