Sono l’Uomo di Ferro

Tony mi fissa: i suoi occhi bruni curiosi sono avidi di tutto ciò che lo circonda. È sempre stato un ragazzo assetato di conoscenza tanto quanto amante della festa. Il suo umorismo dissacrante e sarcastico non lo abbandona mai, e anche adesso vedo quella luce divertita nelle sue pupille. Si lascia andare a un breve sorriso prima di voltarmi le spalle e accomiatarsi. Mentre si allontana, lo osservo: zoppica leggermente, e l’incedere è appesantito dalla fatica dell’ennesima battaglia. Tony è incredibile: chiunque lo osservi con superficialità ne parlerebbe male. Lo considererebbe solo un rampollo che ha ereditato un sacco di soldi e che si gingilla con auto costose, giochini tecnologici e donne usa-e-getta: un eterno festaiolo che non prende nulla sul serio e si cura soltanto di nutrire il proprio ego gigantesco. Non è così. Tony si è fatto carico di un impegno titanico, impossibile per chiunque.

Certo, rimane un personaggio sopra le righe, fa lo sbruffone, e mostra perennemente quell’atteggiamento derisorio verso tutto e tutti, eppure non si può negare quanto sia grande il suo spirito di sacrificio e il senso del dovere. Ha preso una strada difficile, perché la sentiva, perché voleva, ma anche perché si sentiva tenuto a farlo.

Quando mi ha creato, inizialmente lo ha fatto per aprirsi una via di fuga, per sopravvivenza; poi la sua mente geniale ha iniziato a lavorare sui miglioramenti, sulle implementazioni e, ovviamente, anche sullo stile. Non per vantarmi, ma sono un capolavoro; forse un po’ del suo autocompiacimento lo ha trasmesso anche a me!

Il comando a distanza mi chiama: vedo la mia immagine riflessa sulle vetrate del laboratorio, mentre mi muovo verso le scale: effettivamente sono fantastico, non c’è che dire. I bambini si vestono come me, e non solo loro: anche gli adulti appassionati collezionano gadget con la mia effige, alcuni si tatuano la mia immagine sul corpo. Sono un mito. Tony è un mito.

Salgo al piano di sopra, eccomi in salotto: Tony è seduto sul divano, la borsa del ghiaccio dietro la nuca. Mi osserva mentre il comando a distanza mi porta a sedermi accanto a lui. Mi guarda a lungo, reiterando quella miscela di curiosità e divertimento, ma scorgo qualcosa in più: soddisfazione. «Beh, amico mio, anche oggi ci siamo fatti valere». Il suo sorriso si spegne in una maschera seria. Anche dagli occhi scompare la luce divertita che lo ha sempre accompagnato fin da bambino: «Quando ho creato il tuo “fratello maggiore”, in prigionia, ero disperato. Non avrei pensato che sarei arrivato a diventare un super eroe».

Mi fissa, come in attesa di una mia replica, poi riprende: «Tutti questi anni… ne ho passate di tutti i colori, da quando sono comparso sui fumetti». Lo guardo, mentre l’uomo con le fattezze di Robert Downey Jr. parla di tutta la sua vita, iniziata dalla carta e consacrata ora sulla celluloide. «Su quegli albi mi hanno fatto diventare un alcolizzato, mi hanno spezzato in due, perfino ucciso!». Ride, mentre poggia la mano destra sulla maglietta. Sotto il logo dei Black Sabbath vi era il cerchio luminoso del mini reattore Arc che lo teneva in vita. Ora solo una cicatrice. «Ho lottato contro criminali internazionali, tiranni galattici… anche contro me stesso e i miei amici… eppure alla fine ne sono uscito sempre vincitore. E sempre più fico!». Mi strizza l’occhio, tornando a sorridere, beffardo e pacato. «Ho quasi sessant’anni e non ne dimostro più di trenta. Facciamo quaranta».

Tony si alza dal divano e si versa un whiskey torbato in un bicchiere. Giro il capo per seguirlo con lo sguardo e lui si ferma, spalancando gli occhi, esitando. L’aria divertita rimane anche ora, seppur mista a un velo di esitazione. «Stavo per chiederti se mi stessi seguendo, e sembra tu lo stia facendo. Molto bene».

Prosegue come se niente fosse, passeggiando per il salone: «So di essere arrogante, eppure non lo trovo un difetto così grave. È grave esserlo, quando si dispone delle mie capacità? È grave fare lo sbruffone, prendere in giro i supereroi senza macchia e senza paura? Te lo immagini, Capitan America a scuola? Primo banco, composto sulla sedia, libri in ordine, e magari la mela da regalare alla maestra».

«E poi non esistono gli eroi senza macchia e senza paura. Tutti hanno i propri difetti. Perlomeno io sono onesto». Mi alzo, lo raggiungo e cammino dietro a lui, mentre si dirige sul terrazzo. «Mi sento solo. Suona quasi comico, detto da me. Mi immagino già chi risponderebbe che non sono mai solo, con un ego come il mio. Però lo sono, solo». Guarda la costa di Malibu, appoggiato al parapetto, vuota il bicchiere e si volta verso di me. Senza capire bene il perché, mi muovo verso di lui, lo abbraccio. Percepisco il battito lievemente accelerato. Forse strabuzza gli occhi; credo sia stupito, anche un po’ preoccupato. Quando lo lascio andare, mi guarda di sottecchi, lo sguardo spalancato, l’espressione dubbiosa, poi torna quel sorrisetto e il divertimento nelle pupille. «Forse proprio solo non lo sono». Guarda il cielo, posa il bicchiere e mi indossa; in un istante siamo già in volo. Non ha ricevuto chiamate di soccorso, non ha appreso di alcuna crisi bellica sfociata in guerriglia, ma lo sa: da qualche parte, sicuramente, qualcuno inerme chiede aiuto, e lui vuole esserci. È questo che ne fa un eroe.

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