Black Mirror

Viaggiava in auto, avvolto dalle nebbie. Il pomeriggio era nel pieno della sua vita: quell’apice che precede il declino nel crepuscolo. Il sole, tuttavia, si negava agli occhi, vestendosi di foschia. La coltre novembrina abbracciava l’automobile con soffice delicatezza; pigramente, la colorava del medesimo grigio di cui l’ambiente era tinto, e accarezzava la vernice metallizzata con algide dita affusolate.

L’uomo guidava e ascoltava musica, mentre l’asfalto nero scompariva sotto le ruote: buche, crepe e rattoppi si susseguivano sulla strada mal curata, rendendo il tragitto sconnesso e costellato di percosse sulle sospensioni.

Lo stereo liberava note eterogenee: un susseguirsi di brani acustici intervallato da pezzi più aspri e cupi, mentre il guidatore posava lo sguardo ora sullo specchietto, ora sulla strada oltre il parabrezza. Una buona guida comporta una costante verifica, sia di ciò che ti attende di fronte, sia di quanto ti lasci alle spalle.

Uscito da una curva leggermente chiusa, rimise la sesta, accelerando rabbiosamente, mentre la macchina prendeva l’ultimo tratto della corda prima di reimmettersi su un lungo rettilineo. Il motore ruggiva e l’uomo stringeva le mani sul volante con forza, facendo sbiancare le nocche. Osservò nuovamente il retrovisore, scorgendo una forma scura nella nebbia: un’immagine indistinta, ma via via sempre più intensa e opprimente. Accelerò d’istinto, senza sapersene spiegare il motivo. La forma riflessa nel cristallo rimaneva indistinguibile, forse a causa della nebbia che si addensava, ma continuava ad avvicinarsi. Doveva andare molto forte. Non emetteva luci, ed egli si chiese chi fosse così idiota da girare a fari spenti in mezzo a quel gelido nulla. Un’ondata di angoscia prese ad assalirlo, man mano che la figura nello specchietto diventava più grande, senza tuttavia rivelarne ancora le forme. Accelerò. Il motore cantava insieme allo stereo, sempre più forte, spingendo la vettura più velocemente.

La figura continuava ad avvicinarsi, sempre più grande, sempre più ingombrante nel retrovisore. Accelerò ancora, ma invano: era ancor più vicina, e l’angoscia cresceva di pari passo. Il motore ora urlava, quasi soffrendo per lo sforzo, come un cavallo spronato a morte. La figura era lì, attaccata, la vedeva riempire ogni spazio dello specchietto. Il cuore martellava forsennatamente nel petto, rivoli di sudore freddo colavano dalle tempie pulsanti. Il respiro affannoso lo faceva sussultare.

Con gli occhi dilatati dal panico, si avvicinava alla curva, senza rallentare. La morsa di angoscia cresceva ad ogni millimetro divorato dalla figura nello specchietto: il cristallo era diventato una lucida lastra d’ebano. La curva si faceva sempre più vicina, resa sinistra dalla folle velocità. Nessun cenno di rallentamento, non poteva: la figura nello specchietto lo avrebbe preso.

Accelerò ancora, portando il contagiri al limite. il motore strillò di dolore nell’istante preciso in cui la vettura uscì dal nastro nero, tracciando una tangente che s’infranse in un vortice di lamiere, plastiche e vetri sbriciolati in numerose capriole.

Il retrovisore era volato a bordo strada, spezzato in più punti. Riflesse ancora per pochi momenti la figura ammantata, la quale, superato quanto rimaneva della vettura e del suo conducente, si allontanò con improvvisa lentezza, quasi sazia, sparendo nelle torbide nebbie della campagna.

 

(In sottofondo: Iron Maiden – Dance of Death)

La falena nella fiamma

James è seduto in camerino. Fissa un punto indefinito di fronte a lui; le mani giunte, gli indici sfiorano le labbra. Il torso leggermente piegato in avanti tradisce un nervosismo che non può essere cancellato neppure da anni di esperienza e successo planetario. È una leggenda, eppure al pensiero di salire sul palco si emoziona come fosse la prima volta.

Lo chiamano: è ora. Tira un lungo sospiro lasciando andare un po’ di tensione, dopodichè si alza, raggiungendo Kirk, Robert e Lars. Manca poco, intanto si sente partire la loro “colonna sonora” che sancisce l’ingresso, l’inizio dell’ennesimo show: “The Ecstasy Of Gold” di Morricone scorre lentamente. È meravigliosa, perfetta per descrivere l’atmosfera intensa ed epica, la trepidazione che pubblico e band condividono. La musica de “Il Buono, il Brutto, il Cattivo” prosegue in crescendo, mentre la folla echeggia in coro, e i ragazzi si stringono in circolo, caricandosi a vicenda.

Si entra, e mentre incede verso il palco, James scarica ancora un po’ di nervosismo allargando le braccia, lasciandosi sfuggire un eloquente: “Andiamo, cazzoooooo!”. Il palazzetto esplode quando i quattro calcano la scena; la bolgia s’incendia ulteriormente all’attacco del primo pezzo: è “Hardwired”. Il pubblico si lascia trascinare dai riff frenetici di un brano che riporta alla mente la cattiveria dei pezzi storici.

Lo spettacolo è allucinante: una struttura di luci e fiamme; cubi giganti in cui scorrono immagini, a sovrastare il grande palco circolare, su cui i quattro si spostano da un’estremitàa all’altra, circondati da migliaia di persone impazzite. Età diverse, generazioni che si susseguono: perfino genitori con i giovanissimi figli scalpitanti.

Li osserva, James, sorridendo e parlando con loro in un intermezzo: «Sei qui con i tuoi? Hai dei genitori fenomenali!» sorride al ragazzino, che ricambia felicissimo, annuendo dalla transenna, circondato da mamma, papà, e trentamila anime urlanti. Una passione tramandata, una famiglia in una bolgia metal, carica di un’energia positiva, rinvigorente, che non molti comprendono e tanti disprezzano a priori.

Hetfield si rabbuia un attimo durante “Nothing Else Matters”, soffermandosi con la mente a tutti gli anni trascorsi, alle difficoltà che da fuori non si vedono. Rivive i litigi furiosi con Lars, la rottura imminente, la rabbia repressa, mai lasciata andare realmente.

Rivede ancora distinti i momenti terribili della morte di Cliff: il pullman ribaltato, le sue gambe che vi spuntano da sotto. E il rifiuto durato anni, vomitato addosso a Jason, ritenuto quasi colpevole di averne preso il posto. Tutto questo è rimasto latente per anni, lo sa, James. Poi è esploso, di botto, e i Metallica hanno rischiato di non esistere più: Jason va via, mentre lui, Lars e Kirk si scannano a un tavolo, sputandosi in faccia l’un laltro il proprio dolore.

C’è chi dice che si sono rammolliti, che sono invecchiati. Se lo ricorda, Hetfield, quando si erano tagliati i capelli. “I metallari hanno i capelli lunghi” berciava qualcuno. Stai a vedere che ora la musica si fa con pettine e forbici!

Il “Black Album”, “Load” e “Reload”… fanno allontanare chi li taccia di tradimento, chi li accusa di “essersi venduti”, eppure consentono a molti neofiti di avvicinarsi incuriositi: ragazzini che approfondiscono il genere, scoprendo solo in seguito capolavori come “Master Of Puppets”, “For Whom The Bell Tolls” e “One”. Così giungono nuovi proseliti, che arrivano ascoltando “Until It Sleeps” e “The Unforgiven”,  e rimangono immergendosi nelle sonorità incredibili di “Orion”, le percosse di “Battery”. James lo sa che i Metallica sono tutto questo: sono la furia giovanile di “Hit The Lights”, e anche la calma sperimentale di “Low Man’s Lyric”, lo si voglia o no.

Ci ha messo un po’ a rendersi conto che la sua autostima non dipendeva da come lo vedono le persone intorno al palco, ma ora le cose sono cambiate. La gente non se ne rende conto: vede da fuori una rockstar o un attore e pensa che sia tutto rose e fiori, che sia fighissimo: soldi, fama… fare quello che vuoi…

Lo sa benissimo che moltissimi farebbero volentieri a cambio, tuttavia non è quello il punto, e non è proprio come si vede da fuori: James ha cinquantacinque anni, ma ricorda ancora nitidamente i primi tempi, gli eccessi e le stupidaggini giovanili; i litigi con Mustaine… Quando sei giovane e impetuoso, pensi di poter spaccare il mondo con un pugno. Il tempo ti aiuta a capire, se hai l’umiltà di fermarti a riflettere sui tuoi errori. Non ti spegni, non perdi forza per questo, anzi, impari a incanalarla al meglio, a sfruttarne ogni molecola.

Ed ecco lì la potenza di un uomo che ha sconfitto le sue paure, le proprie debolezze, ottenendo il successo, quello autentico, perché “successo” non è sfornare dischi e fare tour mondiali con sold-out costanti. Il vero successo è non farsi schiacciare da tutto questo: non soccombere sotto l’autoglorificazione, non cedere alla paura di fallire, non sottostare al mercato o alle aspettative di chi ti desidera in un modo e si arroga il diritto di definire chi sei. E allora, riesci a fare quello che vuoi, interamente, realmente. Scegli di fare la musica che preferisci, che senti in quella maniera, e in quel preciso momento.

Scegli di stravolgere i tuoi canoni, di fare anche qualche cazzata, ma in totale libertà, accettando le critiche del pubblico o anche infischiandotene, senza rinnegare comunque ciò che hai fatto.

E allora accade che, al concerto, chiedi al pubblico se il nuovo album piace: «Do you like it?». E quando ottieni una risposta tiepida, hai le palle per chiederlo ancora, più convinto: «DO YOU LIKE IT?!», non per qualche glorificazione; sai che non a tutti piace, che molti rimangono attaccati ai vecchi successi, ma quello fa parte di te, e lo difendi. Difendi il tuo lavoro, sai che ha un valore, ne hai la conferma quando suoni “Moth Into Flame” o “Now That We’re Dead”. La gente s’infiamma, perché sei James Hetfield, un’icona, ma tu sei lì sul palco perché sei tu, un uomo, e lo sei trecentosessantacinque giorni l’anno, dentro e fuori dal palco.

Lo show finisce: i quattro sono stanchi, dopo due ore e mezza di concerto e spettacolo pazzesco, in cui ognuno si è spremuto fino all’osso. Stanchi, sudati fradici, ma sorridenti. In ognuno di loro splende una luce di serenità che troppo sovente viene data per scontata in chi si presume abbia tutto. James saluta, accanto a Lars, stretti in un abbraccio. Tira un lungo sospiro soddisfatto, lasciando andare gli ultimi scampoli di tensione, tradendo l’emozione di chi è cresciuto senza invecchiare, senza ingrigirsi; l’emozione di chi ha sconfitto i propri demoni, accettando le debolezze senza soccombere ad esse. Ne ha tratto ulteriore forza, altra energia: la si vede fuoriuscire ad ogni riff, ad ogni strofa, è palpabile. Questo è “metal”. Questo è “Metallica”.

James si riprende, destatosi da un sogno ad occhi aperti, un dejavu, una premonizione… tutto in un’unica visione. È nel camerino, seduto, le mani giunte. Un attimo di smarrimento, un solo istante, poi un sorriso: lo ha vissuto infinite volte, tutto quell’incredibile percorso, e sta per farlo di nuovo. Stringe gli occhi come a mettere a fuoco qualcosa, come a richiamare un’immagine, quando viene chiamato: è ora. Si alza in piedi, tira un lungo sospiro, ancora sorridente. Gli occhi azzurri scintillano di entusiasmo e tensione, mentre, in un lentissimo fade-in, “The Ecstasy Of Gold” prende a echeggiare, via via crescendo insieme al coro del pubblico in trepidante attesa, pronto ad accogliere i “Four Horsemen” per un’altra nottata memorabile, fatta di musica, di passione, di incubi sconfitti, e di sogni realizzati.

10

David si alza dalla poltrona di pelle; gesti lenti, colmi della consueta flemma ed eleganza che lo hanno sempre accompagnato.

Si guarda allo specchio: il tre pezzi bianco, il nodo della cravatta impeccabile. Il Sottile Duca Bianco si riflette nel cristallo, sigaretta tra le labbra, sfuma e lascia posto prima a Ziggy Stardust, poi ad Aladdin Sane, il cui volto pitturato ricambia lo sguardo, ammiccandogli complice. Stringe lievemente gli occhi, David, divertito. Sorride, mentre sposta lo sguardo e si dirige verso una sedia a dondolo su cui si trovano i pupazzi di “Labyrinth”, uno dei film che ha interpretato nella sua carriera di artista poliedrico. Prende tra le braccia uno dei goblin del reame del principe Jared, lo culla distrattamente mentre si guarda intorno nella stanza, fino a soffermare lo sguardo sullo scaffale dei dischi.

Gli occhi scorrono sui dorsi, sostando su “The Hot Space” dei Queen e facendogli allargare il sorriso sulle labbra. Pensa ad “Under Pressure” e i brividi corrono lungo la schiena al pensiero di quel capolavoro cantato con Freddie; tornano i ricordi in sala di registrazione, si susseguono le immagini del tributo a Wembley nel ’92 con Annie Lennox, e tante altre scene, di collaborazioni e amicizie: Tina Turner, Mick Jagger, Trent Reznor, i Placebo… Si rende conto solo in quel momento che da quando si era alzato dalla poltrona aveva preso a canticchiare. Aveva iniziato sussurrando “The Jean Genie”, e ora è lì che intona le parole di “Absolute Beginners”…

Chiude per un momento gli occhi, lasciando andare un lungo sospiro, mantenendo il sorriso. Li riapre e riprende a osservare la libreria di dischi, passando sui suoi lavori: “Space Oddity”, “Young Americans”… un’espressione di compiacimento gli illumina il volto. Posa lo sguardo su “Blackstar”, uscito due giorni prima… Ma era davvero due giorni fa? Istintivamente si volta a osservare il “10” sul calendario appeso alla parete, abbassa gli occhi pensieroso, tuttavia è solo un istante e torna a sorridere.

Osserva la porta della stanza. Seppur non ricordi dove si trovi, sa che oltre essa lo attendono un palco e una folla urlante, fatta di persone che lo amano incondizionatamente. Riprendendo a intonare le proprie canzoni, s’incammina lentamente verso la porta; sente la folla chiamarlo dall’altra parte, a gran voce. Sorride, canticchiando “Heroes”: «We can be heroes, just for one day», sussurra mentre afferra la maniglia e schiude l’uscio dal quale un boato immenso lo abbraccia ancora una volta.

Sono l’Uomo di Ferro

Tony mi fissa: i suoi occhi bruni curiosi sono avidi di tutto ciò che lo circonda. È sempre stato un ragazzo assetato di conoscenza tanto quanto amante della festa. Il suo umorismo dissacrante e sarcastico non lo abbandona mai, e anche adesso vedo quella luce divertita nelle sue pupille. Si lascia andare a un breve sorriso prima di voltarmi le spalle e accomiatarsi. Mentre si allontana, lo osservo: zoppica leggermente, e l’incedere è appesantito dalla fatica dell’ennesima battaglia. Tony è incredibile: chiunque lo osservi con superficialità ne parlerebbe male. Lo considererebbe solo un rampollo che ha ereditato un sacco di soldi e che si gingilla con auto costose, giochini tecnologici e donne usa-e-getta: un eterno festaiolo che non prende nulla sul serio e si cura soltanto di nutrire il proprio ego gigantesco. Non è così. Tony si è fatto carico di un impegno titanico, impossibile per chiunque.

Certo, rimane un personaggio sopra le righe, fa lo sbruffone, e mostra perennemente quell’atteggiamento derisorio verso tutto e tutti, eppure non si può negare quanto sia grande il suo spirito di sacrificio e il senso del dovere. Ha preso una strada difficile, perché la sentiva, perché voleva, ma anche perché si sentiva tenuto a farlo.

Quando mi ha creato, inizialmente lo ha fatto per aprirsi una via di fuga, per sopravvivenza; poi la sua mente geniale ha iniziato a lavorare sui miglioramenti, sulle implementazioni e, ovviamente, anche sullo stile. Non per vantarmi, ma sono un capolavoro; forse un po’ del suo autocompiacimento lo ha trasmesso anche a me!

Il comando a distanza mi chiama: vedo la mia immagine riflessa sulle vetrate del laboratorio, mentre mi muovo verso le scale: effettivamente sono fantastico, non c’è che dire. I bambini si vestono come me, e non solo loro: anche gli adulti appassionati collezionano gadget con la mia effige, alcuni si tatuano la mia immagine sul corpo. Sono un mito. Tony è un mito.

Salgo al piano di sopra, eccomi in salotto: Tony è seduto sul divano, la borsa del ghiaccio dietro la nuca. Mi osserva mentre il comando a distanza mi porta a sedermi accanto a lui. Mi guarda a lungo, reiterando quella miscela di curiosità e divertimento, ma scorgo qualcosa in più: soddisfazione. «Beh, amico mio, anche oggi ci siamo fatti valere». Il suo sorriso si spegne in una maschera seria. Anche dagli occhi scompare la luce divertita che lo ha sempre accompagnato fin da bambino: «Quando ho creato il tuo “fratello maggiore”, in prigionia, ero disperato. Non avrei pensato che sarei arrivato a diventare un super eroe».

Mi fissa, come in attesa di una mia replica, poi riprende: «Tutti questi anni… ne ho passate di tutti i colori, da quando sono comparso sui fumetti». Lo guardo, mentre l’uomo con le fattezze di Robert Downey Jr. parla di tutta la sua vita, iniziata dalla carta e consacrata ora sulla celluloide. «Su quegli albi mi hanno fatto diventare un alcolizzato, mi hanno spezzato in due, perfino ucciso!». Ride, mentre poggia la mano destra sulla maglietta. Sotto il logo dei Black Sabbath vi era il cerchio luminoso del mini reattore Arc che lo teneva in vita. Ora solo una cicatrice. «Ho lottato contro criminali internazionali, tiranni galattici… anche contro me stesso e i miei amici… eppure alla fine ne sono uscito sempre vincitore. E sempre più fico!». Mi strizza l’occhio, tornando a sorridere, beffardo e pacato. «Ho quasi sessant’anni e non ne dimostro più di trenta. Facciamo quaranta».

Tony si alza dal divano e si versa un whiskey torbato in un bicchiere. Giro il capo per seguirlo con lo sguardo e lui si ferma, spalancando gli occhi, esitando. L’aria divertita rimane anche ora, seppur mista a un velo di esitazione. «Stavo per chiederti se mi stessi seguendo, e sembra tu lo stia facendo. Molto bene».

Prosegue come se niente fosse, passeggiando per il salone: «So di essere arrogante, eppure non lo trovo un difetto così grave. È grave esserlo, quando si dispone delle mie capacità? È grave fare lo sbruffone, prendere in giro i supereroi senza macchia e senza paura? Te lo immagini, Capitan America a scuola? Primo banco, composto sulla sedia, libri in ordine, e magari la mela da regalare alla maestra».

«E poi non esistono gli eroi senza macchia e senza paura. Tutti hanno i propri difetti. Perlomeno io sono onesto». Mi alzo, lo raggiungo e cammino dietro a lui, mentre si dirige sul terrazzo. «Mi sento solo. Suona quasi comico, detto da me. Mi immagino già chi risponderebbe che non sono mai solo, con un ego come il mio. Però lo sono, solo». Guarda la costa di Malibu, appoggiato al parapetto, vuota il bicchiere e si volta verso di me. Senza capire bene il perché, mi muovo verso di lui, lo abbraccio. Percepisco il battito lievemente accelerato. Forse strabuzza gli occhi; credo sia stupito, anche un po’ preoccupato. Quando lo lascio andare, mi guarda di sottecchi, lo sguardo spalancato, l’espressione dubbiosa, poi torna quel sorrisetto e il divertimento nelle pupille. «Forse proprio solo non lo sono». Guarda il cielo, posa il bicchiere e mi indossa; in un istante siamo già in volo. Non ha ricevuto chiamate di soccorso, non ha appreso di alcuna crisi bellica sfociata in guerriglia, ma lo sa: da qualche parte, sicuramente, qualcuno inerme chiede aiuto, e lui vuole esserci. È questo che ne fa un eroe.

Io sono Tenebra (Marilyn Manson @ Pala Alpitour Torino)

Mi chiamo Brian Warner, ma il mondo mi conosce come Marilyn Manson, un nome d’arte che cade anche sulle labbra di chi di me non sa nulla, e che mi disprezza a prescindere.

Cantanti che parlano di amore, sentimenti puri e luminosi, scrivono canzoni sull’onda di tutto questo: dipingono paesaggi idilliaci, perfetti e irreali. Io no. Io ho visto oltre la scorza tenera ed edulcorata di un buonismo ipocrita; ho scavato in profondità nelle tenebre dell’animo umano, affondando le mani nella melma nera, radicata dentro l’uomo. Una poltiglia nauseabonda, soffocata e celata da un moralismo di facciata. È questo che mostro nelle mie canzoni, nei miei spettacoli, come quello di oggi a Torino, in Italia. Questa estate, sempre in Italia, hanno organizzato proteste, petizioni, sit-in contro di me e i miei fan. Dicevano che avrei portato il Diavolo, si sono indignati, muovendo accuse fantasiose. Mi fanno ridere; non sanno neppure scrivere il mio nome, e dicono di sapere! Ah!

C’è una bella folla, stasera, anche se non da pienone, come questa estate a Verona: lì ho fatto il sold-out, qui no, ma ci sono comunque parecchie persone, vestite per l’occasione. Chissà tutta questa gente, domani: tornerà a studiare, a lavorare onestamente, senza far del male a nessuno. Eppure loro sono i “traviati”, plagiati dalla mia musica blasfema. Mi vien da ridere! Sono i primi a non prendersi sul serio, mi scimmiottano e se la ridono: si ascoltano i miei pezzi, nuovi e classici, si godono le mie sceneggiate sul palco, sghignazzando; sanno che qui il Diavolo non c’entra nulla. Intravedo un signore ben vestito, accompagna il figlio, si lascia andare con lui mentre intonano le mie canzoni. Chissà cosa direbbero su un padre che porta il figlio a un concerto di Marilyn Manson.

La gamba mi fa ancora malissimo: “Sweet Dreams (Are Made Of This)” è una grande cover, mi piace, ma quando mi è caduta la scenografia addosso, a New York, è stato un bel problema proseguire con le date. Ho dovuto stravolgere tutta la coreografia, ma sono riuscito a trovare ottime soluzioni, comunque d’effetto.

Però fa un male cane, è faticosissimo cantare e muovermi: la sento pulsare, e lanciarmi fitte di dolore ogni volta che faccio un minimo movimento. L’edema si sposta e mi batte sui nervi come una batteria di black metal. A volte mi manca il fiato, tanto è intenso il male, lo vedono, dalla platea, ma non importa, voglio dare tutto, fino ad arrivare stravolto. Se lo meritano.

“The Beautiful People” li infiamma: la batteria martella e parto con la voce urlata, un grido di rabbia e dolore, fisico ed emotivo. Il nuovo album non ha fatto impazzire, preferiscono i classici, ma qualche pezzo nuovo lo metto, perché, comunque sia, piacciono, seppur non quanto quelli vecchi. Si vede, la differenza: al suono di “This Is The New S**t” parte un boato, così come per “The Dope Show” e “Disposable Teens”. Si scatenano, questi ragazzi “demoniaci”, fanno festa: è fantastico.

Lo show finisce, è stata durissima, sono stravolto e ho dei dolori lancinanti, ma è stato bello. Mi hanno accolto con calore e affetto, questi italiani: passionali, eterogenei, un po’ folli, a volte, ma che mi hanno dato un amore commovente, anche oggi. Chi accusa senza sapere non lo direbbe mai di una moltitudine di “senza dio” votati al male e alla corruzione. Lo amo, il mio popolo, fatto di seguaci talvolta truccati come me, ma che, proprio come me, non hanno nulla a che vedere con il Male. Quello non si concia con abiti neri e maquillage macabro: si mantiene pulito, paludato da abiti eleganti e conformi, pronto a scandalizzarsi e ad accusare chi non si uniforma ai propri canoni. Il Male non ostenta le proprie tenebre: le tiene ben nascoste, sotto una coltre di artefatta luce. Io sono Tenebra, non sono il Male, e c’è una grande differenza.

 

Foto: Omar Lanzetti

Siamo i Campioni (Queen + Adam Lambert @ Unipol Arena)

Stasera suoniamo a Bologna, in Italia. Il palazzetto -Unipol Arena, si chiama- è gremito. È incredibile come a distanza di tanti anni facciamo ancora simili numeri.

Guarda Brian, com’è ingrigito! Sempre quella chioma di ricci, tutti argentati, è invecchiato, ma sorride ancora come quando avevamo iniziato; e senti come fa andare quella chitarra: è ancora uno dei più grandi chitarristi al mondo. Anche Roger se li porta, i suoi anni: ha messo su un po’ di chili e quella barba grigia lo invecchia parecchio, però ha sempre energia da vendere, e si sente da come picchia sulla batteria!

John non c’è più, ha dato forfait. Che peccato, mi dispiace molto, ma lo capisco: non se la sentiva, diceva che i Queen erano morti con me, eppure guarda i ragazzi come ci danno dentro, sembrano gli stessi di Wembley. Non posso non sorridere all’idea, non posso evitare di sentirmi vivo ascoltando le nostre canzoni ancora una volta.

Quel ragazzo ci sa fare, e non posso negare che anche lui mi strappi un sorriso: ha la voce, cavolo se ce l’ha, e mi imita un po’, lo vedo, con quei vestiti, e nel modo di fare che ha con il pubblico. Però è bravo, e la gente gli va dietro, si fa trascinare. Ci sa fare, sì. Chissà cosa ne pensa quella moltitudine di questo concerto: sono coinvolti, cantano le canzoni, si agitano. È  bello, sembra non essere cambiato nulla. Sì, è fantastico. La sento tutta, l’energia che questa gente sprigiona, mentre le nostre canzoni si susseguono nella scaletta. “We Will Rock You” li infiamma così come incendiava me, ogni volta che correvo per il palco. I ragazzi non sbagliano un pezzo. Come potrebbero? Sono anni che suonano, vivono con gli strumenti in mano: è fantastico e la folla lo sa, ne è consapevole. Sono cresciuti con la nostra musica, ne conoscono ogni parola. Dio, come vorrei essere lì a cantare, a giocare con il pubblico come facevo sempre, a correre avanti e indietro, ad arrivare con il mantello sulle spalle e la corona in testa, al suono del “God Save The Queen”. Lo sento, ognuno dei presenti sospira vedendo la mia assenza sul palco. Si commuovono quando vedono la mia immagine comparire sui monitor, ma nonostante ciò si divertono, cantano, si fanno abbracciare dalle nostre canzoni. È ancora una volta un trionfo, seppur diverso da quelli storici, in cui ero anch’io lì.

Bravi, ragazzi: ancora una volta siamo i campioni.

 

Foto: Alessandro Bosio

Marilyn Manson – “Heaven Upside Down”: La recensione

La complessità di Marilyn Manson è qualcosa che porta sempre a discuterne, sia si tratti della coreografia (dentro e fuori dal palco), che delle sue produzioni musicali. Questo nuovo “Heaven Upside Down” è un lavoro articolato e che incarna perfettamente la multipla identità di Brian Warner. Piaccia o meno, Il Reverendo ha saputo creare un’immagine forte, controversa, e che ha permesso di parlarne sempre, nel bene e nel male.

L’uscita di questo suo nuovo lavoro è giunta dopo lunghissime attese, annunci e rinvii, comprese congetture e smentite sul presunto nome che sarebbe stato attribuito al full length; alla fine, ad ogni modo, eccolo qua, “Heaven Upside Down”, lavoro arduo da descrivere, specchio della complessa personalità di un artista intelligente e poliedrico.

Apertura affidata a “Revelation #12”, un pezzo che ci riporta alle sonorità urlate del Manson di “Antichrist Superstar”, rabbioso e angosciante. Ritroviamo le atmosfere di “Mechanical Animals” in una bellissima “Blood Honey”, un lento incedere in cui si percepisce la malinconia rugginosa che fa parte del carattere sfaccettato di Manson.

È in questa maniera che l’intero album si snoda: un ibrido ottenuto dall’unione degli stili che l’artista ha adottato durante la propria carriera, mutando in sé stesso di continuo. “Heaven Upside Down” è Marilyn Manson che si specchia in Brian Warner: l’androgino e mostruoso anticristo si guarda nella propria immagine riflessa, quella di un uomo vestito elegantemente, i capelli ben pettinati, gli occhi di un solo colore. Eppure, in tutta questa ambivalente metamorfosi, rimane inalterato il moto di condanna verso una società marcescente e violenta.

“WE KNOW WHERE YOU FUCKING LIVE” riporta ancora le sonorità degli anni ’90, ed esprime, con sferzante chiarezza, le utopiche convinzioni di libertà distorte, a cui segue il caos e la violenza di panorami che ricordano, nel testo, i recenti fatti di Las Vegas; neanche a farlo apposta, l’uscita di questo LP cade in un momento tale da enfatizzarne ulteriormente le tematiche. Un brano forte, il cui titolo, come altri, è scritto completamente in maiuscolo, a sottolineare il tono “urlato” con cui viene proposto.

“Tattooed In Reverse” è un brano grottesco, che pare volersi rifare alla bellissima “The Dope Show”, scimmiottandone il ritmo; forse uno dei pezzi meno riusciti dell’album, che non coinvolge completamente.
Anche “JE$U$ CRI$I$” mostra un sound un po’ incerto e confuso, con un cambio di ritmo troppo repentino e disarmonico, che non lo rende particolarmente esaltante. La title track è un brano con sfumature melodiche, il cui ritmo orecchiabile lo porterà probabilmente ad essere proposto in radio nei prossimi mesi, mentre era già conosciuta “KILL4ME”, secondo singolo lanciato in anteprima e dalle sonorità ibride che hanno permesso il lancio del nuovo album rimanendo connesso al precedente “The Pale Emperor”.

Dallo stesso nono album fuoriesce il profilo di “SAY10”, gran bel pezzo che vanta ritmi crescenti, partendo da un incipit quasi immobile, da un sussurro, e che via via prende sempre più potenza, con rabbia esplosiva, si ferma e riprende ancora, più feroce.
“Saturnalia” mostra ancora le tinte più recenti dipinte dal Reverendo, attraverso sonorità elettroniche e un incipit lento e cupo, in crescendo: otto minuti di canzone sono forse troppi da proporre, tuttavia scorrono piuttosto bene attraverso atmosfere ovattate, dal ritmo sì molto lineare, eppure accattivante.
La chiusura è affidata a “Threats Of Romance”, brano dal vago sapore blues in alcune sue parti: melodico e lento, nasconde attraverso le note tranquille una ferocia che divampa solo alla conclusione, attraverso le urla con cui Manson termina la performance.

“Heaven Upside Down” è un buon album, non uno dei migliori, ma che mostra comunque complessità molto articolate: un singolo ascolto non è sufficiente per consentire di recepirne tutte le sfumature, così come non basta sentire distrattamente un brano di Marilyn Manson, o dedicargli un fugace sguardo, per comprenderlo appieno: la sua figura, la sua musica, rappresentano la duplice identità di una società che ipocritamente si definisce civile, si atteggia a gente evoluta, ordinata, ma che nasconde un grottesco e violento animo, il quale scaturisce all’improvviso, con ferocia, urlando il proprio disagio e ostentando il proprio agghiacciante volto.

Racconti brevi: “Il suono del silenzio”

Un pianoforte, lento e timido, prende a cantare. Una voce profonda, elegante, lievemente amareggiata, inizia a recitare versi intonati. Archi e chitarre acustiche accompagnano in sottofondo, mentre la melodia si dispiega, adagio, come le ali di un magnifico volatile appena destatosi dal sonno. Con improvvisa energia, il suono muta, acquisisce un colore più solenne. La voce cresce, sempre più carica di convinzione, come un uomo seduto, mesto, che di colpo si alza in piedi, determinato. Il vigore cresce, e il timbro assume una venatura roca e aggressiva, ma mai malvagia. E la quiete, triste e rassegnata, di cui l’atmosfera era impregnata durante l’incipit, muta in un meraviglioso incendio di emozioni, di speranza, di desiderio di rivalsa. Un moto d’orgoglio, una reazione veemente, un inno alla vita. Gli strumenti urlano, in estasi, la voce si innalza, rabbiosa, eppure carica di speranza, di una meravigliosa fiducia, di un fuoco vivo, abbagliante. Sale fino al cielo, squarciando le nubi, e ricacciando le tenebre nei recessi più profondi. È un momento di luce sfavillante, calda, intensa, e il cuore sussulta, raggiunto da raggi incandescenti. E poi, con la medesima repentina ascesa, la voce si quieta, e sfuma nel silenzio, accompagnata da un pianoforte che si assopisce nelle oscurità del silenzio.

(In sottofondo: Disturbed – The sound of silence)

“Oltre il colore”: sfumature e parole a Lu Monferrato

Il suggestivo paesaggio delle colline monferrine accoglie i visitatori giunti all’inaugurazione della mostra personale “Oltre il colore”, di Nadia Beltramo, presso la Sala Consiliare del Comune di Lu Monferrato, il 10 giugno scorso.

Da destra: Nadia Beltramo, Piergiorgio Panelli e Michele Filippo Fontefrancesco, sindaco di Lu.

Presentata dal Maestro Piergiorgio Panelli, l’artista di Casale Monferrato ha esibito i propri lavori, realizzati prevalentemente ad acrilico e olio, attraverso un estro creativo che ha portato alla produzione contestuale di alcuni componimenti poetici, esposti insieme alle opere pittoriche. Un percorso duale in cui la parola si fonde con il colore, creando un connubio di vibrazioni cromatiche e versi che si compenetrano con i dipinti, traendo reciprocamente ispirazione nel percorso creativo.

I quadri rappresentano ambientazioni differenti: paesaggi reali si avvicendano a universi e mondi fantastici, costellati da personaggi velati da tinte tenebrose, in contrasto con le accese sfumature delle ambientazioni.

Opere astratte ricche di nuance brillanti e dinamiche, che conferiscono un senso di movimento talvolta vorticante, completano la rassegna che rimarrà a Lu fino al 24 giugno.

Hey Chris, io continuo a premere “Play”

Questo CD ha più di vent’anni. Sembra nuovo, tanto è ben tenuto, questo perché i dischi li tratto come reliquie. Me li sono sudati, i Compact Disc: facevo i lavori più disparati per prenderli, e quando ne avevo la possibilità, via al negozio di dischi. Costavano più delle cassette, ma sapevo che sarebbero durati negli anni, a dispetto dei nastri, che, tra l’altro, mi si svolgevano sempre in stelle filanti brune, e allora dovevi andare giù di matita per riavvolgerli.

Di anni ne sono passati, e il tempo cambia irrimediabilmente le cose: il negozio in fondo al Corso, il “Master Dischi”, è sparito da tempo. Lì andavo a spendere i miei pochi soldi in un compact dei Queen, in un album degli Iron Maiden, talvolta “toppando” sulla scelta, come quando presi il CD omonimo dei Blur, solo perché c’era “Song 2”. Mica c’erano Spotify e You Tube per il preascolto: te li dovevi prendere a scatola chiusa, magari potevi essere fortunato e ascoltarli in cuffia in negozio, e allora era manna dal cielo, ma di norma era un terno al lotto.

Questo disco, comprato nell’inverno del ’96, mi colpì, nella sua interezza: lo presi per una canzone, come mi succedeva sovente; lo acquistai per “Pretty Noose”, ascoltata su MTV (quando MTV faceva musica e non spazzatura chiamata “reality”); quella voce… così strana… mi aveva toccato all’istante. Sentivo il timbro di Cornell salire distorto in un urlo che vomitava un dolore palpabile e rabbioso. Lo avvertivo crescere nella quieta tonalità di “Blow Up the Outside World”, prima di esplodere di botto, nell’acuto strillato del ritornello.

Chris Cornell l’ho visto e sentito sempre così: un urlo ferito e sofferente, anche nelle esecuzioni che in apparenza non avevano nulla di triste; sia che fosse “You Know My Name”, apertura del bellissimo film “Casino Royale”, sia che fosse nella cattiva “Rusty Cage”, in “Kickstand” in “Flower” o in “Black Hole Sun”. Un grido che mi ha sempre stretto il cuore senza ferirmi, in un concerto di emozioni agrodolci, da cui impossibile staccarvisi, sia che cantasse con i Soundgarden, con i Temple of the Dog o con gli Audioslave: era lui a conferire l’essenza di quel sound, attraverso la sua voce unica, da me una delle più amate.

Di come mi abbia colpito la notizia della sua scomparsa, delle dinamiche… non ne voglio parlare, e non importa. Non m’interessa nulla di tutto ciò, tolto lo stupore iniziale. Rimane la voce: quella, nonostante tutto, non va via. La ritrovo nel disco preso 21 anni fa, che riascolto ancora una volta, non più con il lettore CD “portatile”, ma sempre cuffie in testa. La ritrovo in ogni brano che mi ha accompagnato e che continuerò ad ascoltare in loop insieme a tutti quelli di tanti altri artisti a me cari. E mi immergo nel suono rabbioso e sofferente di quella splendida voce graffiata, di quelle chitarre ovattate e del sound piacevolmente cupo che mi ha accompagnato per più di due decenni. E adesso, nonostante tutto, ancora una volta, sorrido e spingo “Play”.